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Indice Cronologico della Rivista Neopsiche
Indice di Neopsiche N° 24

Più soggetti a confronto:
il dibattito in plenaria
A cura di Massimo Gaudieri

Ho personalmente curato l'elaborazione del dibattito in plenaria, svolgendo questo compito ho ripulito gli interventi di quelle ridondanze tipiche della discussione e ho tentato di riassumere il nocciolo degli interventi.
Mi auguro di non aver travisato il senso di quanto i colleghi hanno affermato, qualora questo evento fosse avvenuto Neopsiche è a disposizione per ospitare eventuali chiarimenti.
Massimo Gaudieri

Allora, cominciamo il dibattito e faccio un arbitrio, comincio io!
Ci sono delle cose che mi preme sottolineare, che riguardano il transfert, il tipo di transfert, le persone reali, richiamate all'interno di un gruppo di lavoro, la neutralità, la questione dei farmaci e il setting delle Giornate.
1) Per quanto riguarda il transfert dissento con l'affermazione che questo fenomeno sia uno strumento una tecnica!
Il transfert è un elemento biologico della nostra esistenza, ovvero rappresenta la tendenza naturale che ognuno di noi ha a trasferire verso l'esterno la sua vita emotiva delegando a terzi la mediazione, il contenimento dei suoi contenuti emotivi.
2) La seconda sottolineatura discende dalla prima ed ovvero che non è vero assolutamente che il transfert sia solamente riferito al Genitore.
Berne ha chiaramente definito questo aspetto parlando del transfert extra-analitico, in cui l'intreccio transferale è fra i pari e coinvolge le relazioni B-B; certamente nell'atto di agire il transfert statisticamente è più frequente che il destinatario sia il G.
Se commettiamo l'errore di pensare che si "trasferisce" unicamente sul genitore perdiamo la ricchezza dei contenuti instintuali che gli esseri umani "trasferiscono" all'interno delle relazioni.
3) Per quanto riguarda le differenze tra terapia e vita reale è mia convinzione che la terapia non è diversa dalla vita reale, cioè sono coinvolte carne, ossa e sangue insomma le persone reali; gli strumenti di cui ci attrezziamo servono proprio a definire l'ambito, il setting, della terapia affinché la terapia sia un chiaro percorso da distinguere, quindi, da separare dalla vita reale.
Cosa implica questa affermazione ?
Nella terapia avvengono le stesse cose della vita reale, affinché non abbiano lo stesso esito noi abbiamo bisogno di una coerenza epistemologica e di regole.
Cito un esempio sulla questione delle regole che mi permette di estendermi ad un ragionamento sui farmaci.
Nell'82 seguivo un paziente paranoico, la madre era gravemente ammalata e il fratello soffriva di schizofrenia ebefrenico, nel tentativo (peraltro riuscito) di evitare al mio paziente l'ospedalizzazione ho consentito un setting spurio, ovvero ho organizzato un incontro giornaliero (dalle 7 alle 8 del mattino) per dargli quel contenimento che gli permettesse di non sprofondare nella follia.
Il paziente è riuscito a venire fuori dalla follia e quando dopo poco la fine della terapia gli è morta la madre per il cancro e il fratello ebefrenico si è suicidato ha avuto un momento di sbandamento senza però ripiombare nella follia originaria, insomma è rimasto in piedi e ha continuato a vivere.
Per quello che mi riguarda posso confidarvi che quella esperienza mi letteralmente spossato al punto tale che in quel periodo ho ampiamente ridotto il numero delle persone che seguivo (per mia fortuna ero uno stipendiato !!).
Attualmente facendo ricorso a regole di Setting decisamente definite, accettando che i miei clienti possano ricorrere ai farmaci nei momenti di bisogno, riesco a seguire contemporaneamente numerosi pazienti anche con patologie gravemente regressive, conservando una buona qualità di vita e dedicandomi a varie attivitàŠ
La considerazione è banale: "meglio un Setting strutturato, un atteggiamento pratico verso i farmaci che mi consentono di dare aiuto a più persone conservando la mia vita che Šun Setting scolorito, rifiuto dei farmaci che mi permettono di seguire meno persone e sentirmi invasoŠ"
Per quanto riguarda il Setting delle Giornate credo che in questo momento sia il migliore possibile in quanto permette il dibattito ma ancora di più facilita la pluralità e la Comunità Analitico Transazionale Italiana ha un grande bisogno di pluralità, un Setting che favorisce la pluralità va difeso ed ampliato.

Aniello Maietta

Il mondo dell'Analisi Transazionale deve stare attento a non diventare, come certe comunità psicanalitiche, arroccato nel suo Setting astratto ed idealizzato senza tener conto che questa realtà è dinamica e, quindi, anche il Setting è un insieme di regole e norme che si evolve così come si evolvono gli individui, i gruppi e la società.
In alcuni contributi come quello di Carla Giovannoli Vercellino c'è l'invito, a proposito del Setting, a "Šfare delle specializzazioniŠ"; prima di concepire delle specializzazioni dobbiamo mettere attenzione al saper sempre fare quello che dobbiamo fare, una volta che abbiamo chiare le regole principali possiamo anche allontanarci da queste senza incorrere nel rischio di fare come lo psicanalista Freudiano che incontrò un paziente sulla nave e fece sparire la sua famigliaŠ per non alterare il Setting e la neutralitàŠ
Concludo quindi dicendo che dobbiamo essere attenti alle modificazioni che avvengono nel mondo e a tener conto che il Setting non è un sistema rigido ma è un sistema dinamico anche nella relazione con il singolo paziente.

Antonio Ferrara

Certamente penso che il transfert esista, che sia un evento biologico, anche se ci sono molti elementi sociali, e certamente lo uso (il transfert).
Vedo, però, il rischio di un irrigidimento del Setting ed ovvero che si possa pensare che non si fa Analisi Transazionale se non si lavora con il transfert o con il contro-transfert.
Non condivido che il transfert riguardi tutta la nostra esistenza, è questa una affermazione che condivido con altri autori, ovvero che ci sono molte nostre esperienze che sono pura realtà che hanno poco a che fare con il nostro passato e con il nostro trasferire.
Certamente è molto utile lavorare con il transfert ed è altrettanto utile vedere che le persone non sono solo patologia ma, hanno anche salute mentale.
Se guardiamo le persone sempre attraverso il filtro del transfert non riusciamo a vedere che la persona che ci sta di fronte ha salute mentale, cioè parti sane; inoltre rischiamo di scivolare in una posizione di onnipotenza nel caso che viene qualcuno e trattatolo duramente ci dice: "Antonio, ma perchè mi tratti duramente?" e noi gli rispondiamo: "Oh, ma ti sei guardato bene, forse stai vedendo un Genitore in me che ti stava punendo quando eri bambino?".
Il fatto è che io sono stato veramente duro e lui sta vedendo la verità, ma io sto usando un potere incredibile nel dire a questa persona che ha le traveggole!
Perchè chiamarlo transfert?
E' utile precisare questi aspetti, non perchè non ci siano dei fenomeni riferibili al transfert e non siano utili per la terapia, ma perchè corriamo il rischio di vedere tutto attraverso il filtro del transfert e non è più chiaro cosa facciamoŠ
Nel dibattito in piccolo gruppo ho avuto la sensazione che Aniello (Maietta) chiedesse qualcosa circa i farmaci e gli Stati dell'IoŠ

Aniello Maietta

La mia affermazione (in piccolo gruppo) era che i farmaci in quanto realtà biologica e fenomenologica agiscono sugli Stati dell'Io, per cui se l'operatore, lo psicoterapeuta ha un rapporto con un paziente che prende farmaci, e sono tanti i pazienti che li assumono circa l'80% ,allora questo fenomeno (l'assunzione di farmaci e lo stato di coscienza alterato che ne consegue) come influenza il Setting?
Di quali aspetti devo tener conto in questa situazione?
Le vecchie regole, le vecchie norme non sono più funzionanti pertanto è doveroso riflettere su questo aspetto (la presenza dei farmaci e come influenzano il Setting), perchè l'uso farmaci sono una realtà clinica che ha cambiato, la vita biologica, epistemologica e sociale delle persone.
Anche questo aspetto ci deve spingere verso una concezione del Setting completamente dinamicoŠ

Fabio Ricardi

Carlo (Moiso) parlando delle Maratone terapeutiche ha sottolineato il rischio di confusione che può avvenire in questo Setting, è certamente importante che anche le maratone siano sottoposte a regole precise sia relative al loro svolgimento che alla selezione dei pazienti. La pratica clinica è sicuramente un valido alleato che aiuta a decidere se ci sono eventuali controindicazioni, per un determinato paziente, al partecipare ad una situazione che implica un particolare accoglimento, elevato calore affettivo ed emozionale ecc. che sicuramente è utile al cambiamentoŠ
Una seconda riflessione è circa il termine "transfert" che è stato utilizzato con significati validi ma non coincidenti in queste Giornate, questo evidentemente indica due cose importanti:
1) Che c'è una realtà nostra di sotto...
2) Che comunque la messa a punto concettuale è tutt'ora in corso.
Rispetto al punto 2 è utile che la comunità Analitico Transazionale quando parla di "transfert" dica "io intendo questa cosa", e nel farlo ponga attenzione ad estrarre, tirare fuori in qualche modo il concetto di transfert e di contro-transfert dal quadro concettuale Freudiano.
Quello che non ci aiuta, e vale anche per il termine inconscio, è di riproporre la teoria Psicoanalitica.
Se c'è una cosa specifica che Berne ha fatto è di portare la riflessione sul fenomenologico.
Lo Stato dell'Io è un fenomeno, ed inconscio e fenomeno sono due concetti che fanno a pugni, perchè se una cosa è inconscia non è fenomenologica e se è fenomenologica non è inconscia.
D'altra parte è palese che tutti noi abbiamo una sfera di noi stessi di cui non siamo consapevoli e che questa parte ha una rilevante importanza.
Circa il rapporto con il concetto di "inconscio" credo che si differenzino gli impianti teorici e le procedure Freudiana e Transazionale.
Semplificando il modello Freudiano quello che avviene nei confronti dell'"inconscio" è che quando si presenta qualcosa riconducibile a questo concetto viene analizzato attraverso un'operazione mentale, ovvero viene interpretato nella fiducia che quando il paziente "sa" circa il suo "inconscio cambia; l'esperienza della psicoanalisi ha però verificato che in molte occasioni il cambiamento non avviene.
Con il nostro modello noi possiamo parlare di qualche cosa solo quando appare, per cui se c'è un transfert, un contro-transfert, tra inconscio del paziente e il mio inconscio, io posso dirne qualcosa solamente quando mi sento "arrabbiato" perchè allora c'è un fenomeno che sperimento e posso pormi la domanda: "Šperchè cavolo sono arrabbiato?".
Per darmi una risposta a questa domanda bisogna che trovi qualche stimolo altrettanto sperimentabile del paziente verso di me che mi faccia intuire perchè sono arrabbiato, se non c'è qualcosa che secondo me avviene o dentro la mia sfera di consapevolezza e/o dentro la relazione con il paziente io, come Analista Transazionale, è inutile che ci lavori perchè non ho gli strumenti, quindi noi cerchiamo di rendere manifesto quello che ci sembra che sia nascosto e lavoriamo poi su quanto è in qualche modo anche appena percettibile manifesto.

Alfredo Marangon

La questione era ed è questa e cioè il lavoro del terapeuta è aiutare, facilitare la persona a giungere alla capacità di tenere insieme l'aspetto della sofferenza con l'aspetto del piacere.
Non può sussistere l'una in assenza l'altra, e la capacità, quindi, del paziente o della persona che abbiamo d'innanzi di saper lavorare volta per volta con il grosso della propria esistenza, quelli che Jung chiamava simboli della trasformazione e, in sintesi, non possono più essere quelle pseudo soluzioni che noi chiamiamo impasses di 1° di 2° o di 3° grado.
Quelle pseudo soluzioni che trovano, poi, altrettante pseudo risoluzioni operative sul piano sociale al livello della maschera o personaggio recitato.
Questo è un punto che desideravo chiarire.
Questa è comunque l'istanza che oggi mi spinge, il quadro metodologico, che è comunque Analitico Transazionale, che mi motiva nella direzione di focalizzare costantemente questo aspetto.
E' chiaro, e lo ricordava Carlo (Moiso) stamane, che è questo l'aspetto concettuale, metapsicologicamente rilevante che mi fa muovere sul piano della evoluzione del copione nella direzione dell'autonomia e della individuazione personale, in relazione allo stadio di esistenza che quella persona vive in quel momento e fermo restando che gli stadi di esistenza non possono trascendere dalla rivoluzione sociale, dal mutamento dei costumi, dalla anarchia dei comportamenti e dall'estrema confusione intellettuale e valoriale di cui ciascuno di noi mi pare essere spettatore e soggetto insieme.
E' questo un primo aspetto che desideravo precisare, l'altro aspetto che mi preme sottolineare è il rapporto sussistente tra relazione e sentimento, che è la chiave e del rapporto analitico e del rapporto tou court.
Quindi soltanto se affettivamente, nel senso più lato del termine, io sono un problema per il paziente ed il paziente è un problema per me allora quella relazione terapeutica funziona!
Se quel paziente non è un problema affettivamente per me, viceversa quella relazione terapeutica non funziona, non porta da nessuna parte, semplicemente, sopravvive o stagna ma non porta da nessuna parte.
Questa è la mia personale opinione e la mia esperienza.
Un'altra cosa che desidero sottolineare è che sono profondamente d'accordo sulla qualità dell'alleanza terapeutica che passa attraverso l'influenzamento reciproco dei reciproci inconsci.
Quando utilizzo il concetto di inconscio io faccio riferimento ad una cosa molto banale, mi dovrai perdonare Fabio, ovvero a qualcosa che non è ancora conscia ma ciò non di meno è presente e lo è non soltanto sul piano virtuale, lo è su un piano effettuale, nel senso che esso, l'inconscio, condiziona, influenza il comportamento attuale del soggetto in forme, espressioni e modalità non ancora immediatamente palesate, chiare, appunto conscie.
Per noi Analisti Transazionali questa cosa ha un significato che per Freudiani e Junghiani non ha, e cioè per noi quell'inconscio è quel luogo, quel contenitore in cui è venuta a formarsi la realtà protocollare del soggetto, quindi il formarsi dei primi elementi, dei primi rudimenti primitivi del copione, attraverso figure, rappresentazioni, simboli che vanno a punteggiare il suo mondo interno e che si appalesano attraverso le fantasie, attraverso i sogni, anche il lavoro interpretativo sui sogni è uno dei grandi percorsi attraverso cui rilevare questo materiale; aiutare il soggetto ad incorporare la realtà, fare integrazione di sostanza nella propria realtà conscia è un nostro compito.

Carlo Moiso

Parlando della confusione che può sorgere nel Setting delle maratone mi riferisco alla confusione collegata all'uso del contratto di seduta così come veniva praticato negli anni '70, viceversa è importante che il terapeuta inserisca nelle maratone persone che sono pronte a lavorare la fase ridecisionale, ovvero in cui già esiste una decontaminazione, per cui quando Fabio (Ricardi) afferma che non va messo in maratona qualunque paziente in qualunque momento dice qualcosa di molto simile e parimenti si occupa di favorire un Setting, anche nelle maratone, che non generi confusione.
Riprendendo la questione dell'inconscio, mi sento in sintonia con il Dr. Marangon, la domanda che può apparirci poco chiara è: "Cosa facciamo con quei fenomeni che appartengono sicuramente alla vita psichica ma non a ciò che l'Analista Transazionale esamina, ovvero le transazioni? Cosa facciamo del senso di angoscia, che sappiamo non essere generato dalla relazione ma dall'inconscio?" Alcuni autori, come Novellino, sembrano proporre di usarlo direttamente come se fosse psicoanalisi; quello che faccio io, similmente a ciò che ci proponeva Marangon, annoto che nel "protocollo" di quel paziente esiste questa situazione, userò questa annotazione mentale quando si farà un lavoro ridecisionale, ovvero quando sarà possibile riandare al protocollo, entrare in contatto con quell'angoscia, e ridecidere.
Questo è l'uso che io credo se ne può fare in AT, il resto è un pò arbitrario.
In ultimo sottolineo l'esigenza di sviluppare l'ultima frontiera dell'AT che è l'analisi clinico terapeutica del copione, è un aspetto poco studiato come tale; in assenza di questo approfondimento l'analista transazionale lavora sulle transazioni, per cui aspettiamo e favoriamo che il materiale diventi transazionale per poterci lavorare.

Antonio Ferrara

A proposito di fenomeni ed inconscio sicuramente il femonemo è il manifestarsi di quello che si evidenzia ma, il fenomeno, evidentemente è anche un interno, un invisibile, ovvero anche l'inconscio è un fenomeno.
C'è il fenomeno "lampada", cioè noi vediamo la forma della lampada e vediamo il colore, il movimento, ecc. ma quella lampada ha dentro una struttura invisibile che è tutta l'organizzazione delle molecole, atomi, ecc. che si sono organizzati in una forma.
La parte invisibile della lampada costituisce il fenomeno stesso, anche quando parliamo del fenomeno "Stato dell'Io" parliamo sia in termini di quello che appare ma anche, strutturalmente, abbiamo pensato proprio quello che c'è dentro, forse Berne usa in maniera un po' impropria la distinzione tra aspetto fenomenologico e operativo degli S.d.I. ...

Carlo Moiso

Condivido questo punto di vista se però noi intendiamo, come diceva Massimo (Gaudieri), delle vere realtà biologiche, cioè delle reti neuronali...

Giorgio Cavallero

La sostanza è che io penso che noi nel 50% del nostro lavoro di analisti transazionali, pensiamo a come funzionano internamente i nostri pazienti, e quindi ne vediamo le manifestazioni, altrimenti saremmo dei comportamentisti.
Ovvero teniamo costantemente presente che a fronte di una manifestazione esterna, c'è un interno che produce quell'esterno, ovvero ricordiamoci che noi pensiamo sempre anche agli organi o ai sottosistemi...

Fabio Ricardi

E' sull'esempio della lampada, per me il fenomeno lampada è quello che io vedo, perchè il fenomeno è utile a capire.
Il fenomeno sentimento è ciò che io sento dentro di me, anche se non lo vedo; che la lampada abbia delle molecole e degli atomi, questo lo so come una teoria...
E' anche vero che quando noi lavoriamo su ciò che sentiamo dentro di noi nella relazione e ciò che ci dice il paziente, pensiamo a cosa c'è dietro, anch'io faccio così, quello che m'importa mettere in luce è che il modo in cui noi (AT) pensiamo a quello che c'è dietro è diverso da come fanno gli psicanalisti.

Massimo Gaudieri

Ho la sensazione che quando noi parliamo d'inconscio la discussioni scivoli invariabilmente su se l'inconscio esiste o meno.
Credo che sia utile per noi ragionare di quale inconscio ci interessa occuparci, finanche i neurofisiologi (Le Doux, Gazzaniga, ecc.) oggi scrivono in termini fisiologici a proposito dell'inconscio, quindi sull'esistenza di questa entità non c'è dubbio a nessun livello.
Credo che sia un errore da parte nostra scivolare involontariamente sull'inconscio si, inconscio no al posto che quale inconscio ci interessa e quale appunto è riportabile nel nostro lavoro.

Graziella Cavanna

Parlando d'inconscio mi viene in mente il fatto che Berne dedicasse forse sedici righe alla questione dell'interpretazione.
Allora mi sono chiesta la dà per scontata?
Perchè è come dire "Ragazzi questo si deve fare e vedetevela voi!" o perchè siccome è uno di quei fenomeni che in qualche modo stanno sotto, ma io non lo vedo ma incomincio ad averne una percezione 'forse si, forse no', forse la posso adoperare.
Certamente quello dell'interpretazione è uno spazio che viene insegnato poco in AT, circa la mia conoscenza di questo strumento devo ringraziare più la mia formazione psicoanalitica.
D'altra parte proprio Berne diceva "Ragazzi c'è la psicoterapia e noi ne siamo un elemento, vi propongo qualche cosa che va al di là, c'è altro che è da considerare assodato".
Trascurare questo, secondo me, vorrebbe dire trascurare una verità veramente eccezionale, importantissima, non sempre sappiamo, secondo me, per la mia esperienza, come usarla.

Santina Ficara

L'inconscio più che come entità occorre vederlo come logica, quindi come modalità con la quale gli elementi si dispongono, anche nella storia di ciascuno piuttosto che come entità e dunque come contenitore di elementi e mi sembra che cambi un po' la prospettiva ed il modo poi di leggere anche ciò che accade in una seduta analitica.

Paolo Alitto

Rispetto ad "inconscio fenomeno" e "AT", io penso che un analista transazionale vada ad analizzare quei fenomeni che emergono dall'inconscio e nel fare questo a volte sollecita l'emergere di elementi prima inconsci.
In breve nel momento in cui il paziente ha un "agito" che deriva da un inconscio è compito dell'analista transazionale di andare ad analizzare l'agito in relazione alla dinamica interna che fino a quel momento non era venuta a galla.

Maurizio Martucci

Tutte le tecniche analitico transazionali che noi utilizziamo ampiamente, che significato avrebbero se no?
Le utilizziamo allo scopo di andare a stimolare qualche cosa che lì percepiamo ma non sappiamo ancora da dove arriva, ma da qualche parte è, per fare un esempio romantico è come il lavoro del minatore.

Carlo Moiso

Voglio esprimere la mia soddisfazione per lo scambio di questa mattina e la mia gioia nel vedere dopo il Dicembre del '75, a distanza di quasi 25 anni, che le cose diventano varie e come persone intelligenti portino avanti riflessioni teoriche e ricerche di strumenti utili per lo sviluppo dell'AT.
Esistono delle linee di pensiero abbastanza congruenti anche se non sempre sui singoli contenuti ma certamente sulla metodologia.
Il miracolo che temevo non succedesse sta succedendo, cioè che la nostra sia veramente un'associazione di Analisti Transazionali, tesi al dibattito ed alla ricerca e non una confraternita losca che cerca di perseguire il proprio benessere di portafoglioŠ

Massimo Gaudieri

Grazie Carlo!
Voglio ringraziare tutti quanti voi, tutti i colleghi del C.D. ed i facilitatori. Abbiamo fatto un lavoro enorme da Giugno ad oggi per rendere possibili queste "Giornate" ne sono personalmente soddisfattissimo, e ne traggo enorme contentezza, questo non sarebbe stato assolutamente possibile senza il lavoro e l'abnegazione che tutti abbiamo dato.
Grazie!

Notizie sull'autore:
Massimo Gaudieri,
Psicologo, Psicoterapeuta, Analista Transazionale Didatta, Presidente A.I.A.T, Direttore responsabile della Rivista "Neopsiche" e della Rivista " Psicologia e Salute", Direttore CE.P.A.T. snc.
Vive e lavora a Napoli, per informazioni e richieste tel. e Fax 081 5562920, cepat@analisitransazionale.it.

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