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Indice Cronologico della Rivista Neopsiche
Indice di Neopsiche N° 24

A proposito di "Caino"
Sara P.Manfredini

L'autrice ha svolto il compito di Facilitatore nel gruppo di lavoro del Dr.Massimo Gaudieri, la cui relazione è contenuta in questo stesso numero della rivista. Di seguito è una elaborazione personale dei contenuti del dibattito nel piccolo gruppo.

Introduzione

L'interesse del gruppo di lavoro si è sicuramente focalizzato su alcuni temi principali che schematicamente rispondono ai temi relativi alla definizione della cornice ed il senso ed utilità di "Caino" (atteggiamento cinico) in terapia.

La definizione della cornice

La relazione si è concentrata su un aspetto originale e sottile, ma tutt'altro che secondario, del setting l'accoglienza prima, fisica e non, del paziente che entra nella stanza della psicoterapia.
Consideriamo importante quest'aspetto in quanto il modo dell'accoglienza e l'atteggiamento del terapeuta durante i primi incontri (se non addirittura durante il primo incontro) già definiscono e propongono sia il tipo di relazione che vivranno quel terapeuta e quel paziente, sia come la vivranno.
Il senso di individuare l'atteggiamento del terapeuta quale elemento del setting, ovvero quale uno tra gli elementi che vanno a costruire il contenitore della terapia, sta nel fatto che ci riporta a considerare il legame tra teoria e tecnica, laddove realizzare un certa relazione piuttosto che un'altra, al fine di produrre dei cambiamenti, presuppone una teoria del cambiamento, da cui si può e si deve derivare il cosa e come cambiare. Allora se il setting è anche relazione possiamo parlare di contratto relazionale, di progetto relazionale che poi si svolge, vive, si concretizza seduta dopo seduta e diviene processo terapeutico. In tal modo il paziente acquisisce consapevolezza di quello che è l'approccio strategico ai suoi problemi, ed è proprio questa consapevolezza a permettergli di accettare il divario che, prima o poi, riscontra tra la sua fantasia di relazione con quel terapeuta e la relazione reale, accettazione sicuramente frustrante e dolorosa ma imprescindibile in un percorso di cambiamento e/o di comprensione del proprio funzionamento mentale quale l'analisi transazionale persegue in un percorso psicoterapeutico.

"Caino" in azione

Facilmente questa relazione verrà arricchita da un transfert negativo verso quel "Caino" di terapeuta che non gratifica sempre e incondizionatamente, che talora è frustrante, ma che saprà senz'altro cogliere l'occasione di analizzare la reazione di quel paziente.
La questione dell'analizzabilità del transfert (e della relazione in generale in quanto processo terapeutico) ci porta dritto dritto alla questione della neutralità ed alla famosa domanda "come facciamo a preservare la neutralità se siamo attivi?".
Tuttavia ci pare ormai di poter affermare che questa stessa domanda nasce dall'illusione che "non agire" sia un infallibile modo per assicurare la neutralità, quando invece sembra più rinuncia ad avere potere e consapevolezza sul nostro modo di essere presenti nella relazione. La vera neutralità è la consapevolezza del proprio mondo interno e di come questo si presentifica nella relazione. E' questa la neutralità terapeutica (o del terapeuta) in opposizione ad un'utopica quanto insensata "assenza specchio".

E' utile "Caino"?

La discussione in piccolo gruppo è stata aperta da una considerazione sull'uso del termine "Caino" per connotare il terapeuta, il professionista spesso frustrante, e sul fatto che forse non è proprio necessario essere dei Caini con i propri pazienti. Da qui gli interventi e i confronti che si sono succeduti ci hanno portato da un intendimento di Caino come terapeuta cattivo, a comprendere come invece tale personaggio incarni un vissuto del paziente, il quale davvero vive il terapeuta come frustrante quando costui non soddisfa i suoi bisogni affettivi in un gioco o in un ricatto, oppure in un ottica terapeutica, ottica del paziente, che non consapevolizza i suoi vissuti arcaici ed il suo funzionamento mentale per dare piuttosto immediata gratificazione ai bisogni emotivi e/o affettivi.
Questo, si badi bene, non significa non essere intimo, ma semplicemente essere un terapeuta che non accetta, in quella relazione, altri e diversi ruoli che non quello di professionista che con quel paziente lavora con l'obiettivo di produrre un cambiamento con alle spalle una teoria che gli dice come.
Il terapeuta, comunque, anche in quanto professionista, può essere intimo ed emozionarsi ma questo è ben altro che dare gratificazioni 'a gettone'.

Il progetto relazionale a due: ovvero il contratto bilaterale

Da qui siamo naturalmente giunti al tentativo di comprendere questa relazione terapeutica e a renderci conto dell'aspetto contrattuale di essa, aspetto subito presente proprio per l'atteggiamento del terapeuta che il paziente annusa, valuta e magari ne chiede informazioni.
In questo senso la relazione è contrattuale; i due condividono non solo gli obiettivi della terapia ma anche il progetto relazionale (come e cosa faremo relazionalmente).
Questo progetto relazionale diventa processo analizzabile e quindi terapia.

La relazione che si autoregola

Tale progetto si svolge seduta dopo seduta in una relazione che si autoregola, come qualunque relazione, ma con la peculiarità che ciò che di solito resta implicito qui, in quest'ambito protetto, può divenire esplicito e oggetto di analisi. Si individua in questo aspetto della riflessione un legame con la relazione di F.Ricardi nella quale viene affrontato proprio l'autoregolarsi delle relazioni e come questo processo viene osservato nel setting psicoterapeutico.

Quale relazione con i nostri clienti?

A questo punto resta in sospeso una domanda che tipo di relazione l'analista transazionale costruisce con il suo paziente?
Le risposte ci hanno portato a intendere che la relazione terapeutica che andiamo a proporre è sicuramente una relazione che contempla tutto ciò che è utile alla consapevolizzazione e alla comprensione di sè del paziente, ed è una relazione professionale nel senso che nessun altro ruolo se non quello del professionista spetta al terapeuta (e al professionista sono consentiti più ruoli ma sempre all'interno di un progetto terapeutico).
Il terapeuta non sarà allora solo un distributore di gratificazioni (che possono anche far star bene il paziente, e il terapeuta, ma che non conducono all'alfabetizzazione del proprio mondo interno né ad una sempre maggiore autonomia neopsichica) e la relazione "reale" che viene vissuta mira ad una sempre maggiore partecipazione dell'Adulto di entrambi. Così, per dirla con le parole di M.Gaudieri, " ... una rappresentazione del proprio mondo affettivo non può avvenire senza l'impatto con la frustrazione da provarsi ed esprimersi in una relazione protetta".

Quale neutralità?

Infine si è voluto precisare che quella relazione neutra, analizzabile, terapeutica è anche' e forse soprattutto, una rappresentazione mentale, la quale trova un aggancio, un contenitore fisico, nella stanza della terapia e negli elementi del cosiddetto setting fisico. Come dire che questa relazione si svolge e la analizziamo qui, in questo spazio, e quando siamo qui in questo spazio fisico, siamo anche là, in quello spazio mentale.

Conclusioni

Ovviamente il lavoro è stato più lungo e più articolato di quanto qui appaia, ma ho voluto sintetizzare le conclusioni raggiunte senza dilungarmi nell'esposizione dei singoli interventi.
Voglio concludere questo contributo esprimendo il concetto nucleare che ho estrapolato sia dalla relazione di Gaudieri che dalla discussione in gruppo e che esprimerei dicendo che
non sono le regole che garantiscono il setting, bensì la teoria.
Le regole che possono essere diverse di volta in volta realizzano un setting, ma quelle e questo devono discendere ed essere coerenti con la teoria del cambiamento che il terapeuta assume.
Voglio condividere a questo punto una definizione di setting emersa in questo gruppo al termine della discussione e voglio farlo perchè dimostra l'accoglimento e la condivisione del punto di vista relazionale, racchiudendo molto sinteticamente in sè concetti teorici, a mio dire, di buona tradizione,
definiamo setting l'insieme di quegli interventi che, poggiando su una solida teoria del cambiamento, ci mettono in condizione di creare una relazione con l'altro che sia analizzabile e con essa coerente.

Notizie sull'autore:
Sara P. Manfredini,
Psicologo, Analista Transazionale in Supervisione Campo Clinico.
Vive e lavora a Milano, per informazioni e richieste tel. 338 9883384.

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