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Indice Cronologico
della Rivista Neopsiche
Indice di Neopsiche
N° 24
Setting e relazione
comunicativa
Il titolo di queste due giornate "Il setting: Due soggetti a
confronto" mi incoraggia a scegliere come punto di partenza
l'esperienza della terapia, mettendo tra parentesi - per una volta e
tenendo conto dei limiti dell'intervento - le molte indicazioni che
la letteratura ci offre su questo tema. Partire dalla relazione
terapeutica ricordando che anch'essa, in definitiva, si colloca
all'interno dell'ambito più vasto della relazione comunicativa
tra le persone. "Setting" dice riferimento a regole.
Ora il punto è che, come sottolineano gli studiosi del
linguaggio, ogni relazione comunicativa si autoregola, cioè si
costruisce delle propri regole, e se le costruisce all'interno del
proprio processo di sviluppo ( De Michelis, 1997 ).
Ogni frase pronunciata è
anche una presa di posizione nei confronti dell'altro, è un
dire: "Io sono così nella relazione. E tu?". Una richiesta
fatta all'interno della relazione pone l'altro di fronte a quattro
possibilità, non di più: rispondere di sì,
rispondere di no, ignorare la richiesta, negoziare una risposta
diversa. In base alla scelta fatta si struttura il seguito della
relazione; cioè si costruisce una storia.
Tutto questo, come si sa, ha a che fare con l'aspetto pragmatico
della comunicazione, e quindi parla di qualcosa che costantemente
mettiamo in atto nelle nostre relazioni con gli altri. Ciascuno di
noi realizza la propria umanità all'interno di relazioni
linguistiche, ovvero per chiedere in prestito un'espressione a un
filosofo, Wittgenstein, che di queste cose si è molto occupato
( Wittgenstein, 1967 ) all'interno di determinati "giochi
linguistici". Non si tratta del concetto berniano, naturalmente, ma
c'è almeno un punto di contatto: la sottolineatura della
presenza e dell'importanza di regole, che mettiamo in atto senza
esserne consapevoli. Ci sono giochi linguistici che ribadiscono la
stabilità di una situazione, ci sono giochi che mettono in
moto un cambiamento.
Fare terapia significa creare una situazione comunicativa - un "gioco
linguistico" - favorevole al cambiamento. Nel corso di una
psicoterapia noi costruiamo una storia, dove si affermano mano a mano
determinate regole, attraverso il modo in cui abbiamo stabilito la
comunicazione col paziente, o abbiamo accettato che la stabilisse
lui.
Questo aspetto è in realtà trasversale ai diversi
indirizzi psicoterapeutici. Ognuno di essi ha poi la sua concezione,
la sua metapsicologia del cambiamento. Grazie a che cosa il paziente
cambia? (potremmo anche dire: "e noi cambiamo con lui": quest'aspetto
è senz'altro vero, altrimenti non ci sarebbe relazione; rimane
che il cambiamento messo a tema, e desiderato, è quello della
persona che viene a "fare terapia".)
Questa mi sembra una preoccupazione centrale nell'organizzazione di
queste giornate: la diversità dei setting e quindi il fatto
che un intervento terapeutico, valido all'interno di un setting
sarebbe invece visto come eretico all'interno di un altro. (Questo
vale non solo nel dibattito fra gli addetti ai lavori, ma anche
nell'immagine che gli utenti hanno della terapia: in linea di massima
anche per i pazienti soltanto la propria terapia è quella
buona!)
Questa diversità è invece meno inquietante se si tiene
conto della pluralità e disparità dei giochi
linguistici attraverso cui ogni persona struttura la propria vita.
Ciò vale non solo nella direzione dei diversi ambiti sociali
in cui ciascuno vive (privato e pubblico, familiare e "ufficiale",
etc.), ma anche nel senso in cui diversi linguaggi esprimono e
organizzano diversi modi di vedere il mondo.
L'esempio più forte è probabilmente quello dell'etica.
All'interno di alcuni parametri che riteniamo essenziali per la vita
civile, siamo oggi disposti a rispettare criteri etici diversi dai
nostri, e ritenere che il valore di una persona stia non nella
consonanza tra i suoi valori e i nostri, ma nella coerenza con cui
ciascuno si ispira ai suoi.
Quello che importa, è che è impossibile vivere una vita
umana senza costruire una griglia di valori. Tradurre questa
affermazione nel campo del nostro lavoro significa che è
impossibile mettere in moto un cambiamento senza stabilire un insieme
di regole.
Seguire le caratteristiche del gioco linguistico di una specifica
terapia significa camminare nella direzione del cambiamento, anche se
le strade non sono coincidenti e, almeno in qualche misura, non
è coincidente nemmeno il risultato.
Alcune caratteristiche del
setting analitico transazionale
Il cambiamento che ci si propone all'interno dell'Analisi
Transazionale può essere descritto in diversi modi ( uscire
dal copione, decontaminare l'Adulto, raggiungere l'autonomia,
etc.).
Dato che se ne è parlato da parte di molti e bene, non ce ne
occupiamo qui. Vorrei invece fermarmi su qualche aspetto tipico della
strada che si percorre con l'Analisi Transazionale. I due termini
vogliono dire non soltanto che si fa un'analisi delle transazioni, ma
vogliono anche sottolineare, credo, che l'analisi si fa attraverso le
transazioni. L'esistenza umana si svolge in contesti transazionali;
possiamo costruirne uno che ha particolari caratteristiche e
particolare importanza, quello della terapia.
Da questa impostazione di base credo che emerga anzitutto un
carattere del setting in cui si svolge la terapia transazionale:
quello per cui il terapeuta è attivo.
Questa espressione va intesa nel contesto del discorso; nessun
terapeuta evidentemente è passivo. Qui si vuole mettere a
fuoco la modalità della relazione, per cui il terapeuta non
attende che il paziente proietti su di lui i suoi vissuti, ma entra
sin dall'inizio in una comunicazione diretta, e mantiene per tutta la
terapia un elevato livello di intervento. In quest'ottica possiamo
vedere gli interventi che tutti conosciamo, quali gli esercizi, le
fantasie guidate, i contratti di comportamento nel periodo tra le
sedute e all'interno di una stessa seduta, e così via.
Ogni relazione, come dicevamo, si autostruttura; ma lo può
fare in modi che favoriscono, oppure ostacolano, il cambiamento. Da
questo punto di vista, come custodi di ciò che serve alla
prospettiva del cambiamento, hanno certamente importanza le regole
esterne, quelle relative agli orari, al pagamento, alla chiarezza
contrattuale.
Ritengo comunque una caratteristica dell'A.T. l'essere sobria
nell'attenzione a questo tipo di regole , in quanto possiede degli
indicatori validi dello strutturarsi o meno della relazione secondo
modalità sane ed efficaci. Mi riferisco soprattutto alla
teoria dei giochi psicologici e, al suo interno, ai ruoli del
triangolo drammatico.
Anche il tema del transfert e del contro-transfert deve essere visto
all'interno della cornice della relazione: una relazione senza dubbio
"speciale", ma che si staglia su uno sfondo comune a tutte le
relazioni interpersonali.
Il terapeuta è e non può non essere una figura
genitoriale e quindi catalizza su di sé le aspettative non
realizzate come pure i conflitti non risolti che il paziente ha
vissuto con le proprie figure genitoriali. E' chiaro che questo
suscita delle risposte emotive nel terapeuta; risposte che non sono
"pure", ma partono dalle aspettative che anche il terapeuta ha nei
confronti del paziente; che a loro volta hanno a che vedere,
probabilmente, con le aspettative - corrisposte, non corrisposte -che
l'uomo terapeuta ha avuto nei confronti delle figure importanti per
lui.
Credo che una nostra caratteristica come analisti transazionali sia
il non tenere la relazione terapeutica sul vetrino del microscopio
per far emergere, appunto come in vitro, il fenomeno del transfert,
ma al contrario il pensare che quanto più le due persone -
terapeuta e paziente - accettano di coinvolgersi in modo emotivamente
reale nella relazione, tanto più transfert e controtransfert
saranno percepibili a una consapevolezza attenta.
Credo anche che ciò significhi che nella consueta
attività terapeutica il fuoco dell'attenzione è
primariamente su ciò che il paziente fa e dice, e su
ciò che io posso dire o posso proporgli di fare, e in secondo
momento in un meta-momento rispetto al concreto presente del lavoro
terapeutico, la mia attenzione si porterà ad individuare che
cosa significa, dal punto di vista transferale e controtransferale,
ciò che è appena avvenuto.
L'attenzione ai fenomeni transferali, come si colloca in una
posizione "meta" nei confronti del lavoro terapeutico, così
rappresenta, mi sembra, uno spazio di meta-discorso tra quello che
noi diciamo e quello che si dice nell'ottica della psicoanalisi. Le
annotazioni appena fatte sottolineano la nostra
specificità.
Le regole interne all'autostrutturarsi della relazione terapeutica
sono particolarmente importanti quando avviene qualcosa che è
previsto dalla nostra filosofia e dal nostro setting, cioè
quando il paziente vive un'esperienza di regressione che è
insieme ricca di potenzialità di cambiamento ma al tempo
stesso estremamente vulnerabile.
Al terapeuta è chiesto di essere il custode e la guida del
paziente in questi momenti. Qui le regole esterne non sono smentite
ma non bastano: la relazione è efficace solo in quanto il
terapeuta sappia usare un buon Genitore protettivo e sia in grado di
entrare in intimità con un'altra persona.
D'altra parte - e qui torna significativo l'indicatore interno -
accettare il contatto con i bisogni profondi del paziente comprende
anche il rischio di gratificarsi troppo della nostra funzione di buon
genitore, e quindi finire per - secondo l'espressione efficace di una
mia collega - "avere bisogno del suo bisogno". In questo senso
l'analisi dei ruoli rappresenta lo strumento per custodire la
sanità della relazione.
La sobrietà nell'attenzione alle regole esterne vale in
particolar modo per la terapia di gruppo dove, più ancora che
nel setting individuale, il terapeuta si "ompromette" molto. Penso
specialmente all'esperienza delle maratone, che considero parte
integrante del contratto di terapia.
Qui il terapeuta convive per due giorni con i pazienti, mangia,
chiacchiera, passeggia con loro: si mostra nelle sue capacità
e nei suoi limiti relazionali.
Questo è sicuramente scandaloso per altri setting
terapeutici.
Credo invece sia constatazione comune per noi che la maratona
è una delle più potenti esperienze di cambiamento.
Naturalmente, anche se fatta in luoghi belli e piacevoli, è
qualcosa di diverso da una vacanza (ciò significa che è
diverso non solo l'obiettivo, ma la cornice, le regole, il
"setting").
Questa osservazione ci conduce a mettere a fuoco la continuità
e insieme la differenza tra terapia e vita.
Discutere con altri è un modo per capire meglio se stessi, e
in questo senso credo sia utile ancora il confronto con la
psicoanalisi.
Il modello psicoanalitico crea una situazione relazionale -
l'immagine che emerge subito è naturalmente quella del
lettino, o meglio del divano - in cui viene sottolineata al massimo
la differenza tra il vivere e il fare l'analisi. (1)
All'estremo opposto, ho l'impressione che nelle psicoterapie
generalmente dette umanistiche si tenda spesso a cancellare la
differenza tra i due ambiti.
Nella psicoterapia transazionale si crea un contesto adeguatamente
distinto e protetto rispetto alla vita quotidiana, ma in cui si
vivono le stesse emozioni e le stesse situazioni fondamentali.
Proprio in questa continuità e differenza sta il punto forte
della sua efficacia.
Note
(1) Anche se i seguaci hanno probabilmente irrigidito l'esperienza
del fondatore. Non si narra dell'analisi di G.Mahler, il grande
musicista, fatta passeggiando fra i boschi nei dintorni di
Vienna?
Bibliografia
Notizie sull'autore:
Fabio
Riccardi,
Psicologo,
Psicoterapeuta, Analista Transazionale Didatta in Supervisione Campo
Clinico.
Vive e lavora a Milano presso il Centro "E. Berne", per informazioni
e richieste tel. 02 4987357, fricardi@tiscalinet.it.
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