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Indice Cronologico della Rivista Neopsiche
Indice di Neopsiche N° 24

Il setting in psicoterapia: perchè non
guardarlo dal punto di vista del linguaggio?

Fabio Ricardi

Setting e relazione comunicativa
Il titolo di queste due giornate "Il setting: Due soggetti a confronto" mi incoraggia a scegliere come punto di partenza l'esperienza della terapia, mettendo tra parentesi - per una volta e tenendo conto dei limiti dell'intervento - le molte indicazioni che la letteratura ci offre su questo tema. Partire dalla relazione terapeutica ricordando che anch'essa, in definitiva, si colloca all'interno dell'ambito più vasto della relazione comunicativa tra le persone. "Setting" dice riferimento a regole.
Ora il punto è che, come sottolineano gli studiosi del linguaggio, ogni relazione comunicativa si autoregola, cioè si costruisce delle propri regole, e se le costruisce all'interno del proprio processo di sviluppo ( De Michelis, 1997 ).
Ogni frase pronunciata è anche una presa di posizione nei confronti dell'altro, è un dire: "Io sono così nella relazione. E tu?". Una richiesta fatta all'interno della relazione pone l'altro di fronte a quattro possibilità, non di più: rispondere di sì, rispondere di no, ignorare la richiesta, negoziare una risposta diversa. In base alla scelta fatta si struttura il seguito della relazione; cioè si costruisce una storia.
Tutto questo, come si sa, ha a che fare con l'aspetto pragmatico della comunicazione, e quindi parla di qualcosa che costantemente mettiamo in atto nelle nostre relazioni con gli altri. Ciascuno di noi realizza la propria umanità all'interno di relazioni linguistiche, ovvero per chiedere in prestito un'espressione a un filosofo, Wittgenstein, che di queste cose si è molto occupato ( Wittgenstein, 1967 ) all'interno di determinati "giochi linguistici". Non si tratta del concetto berniano, naturalmente, ma c'è almeno un punto di contatto: la sottolineatura della presenza e dell'importanza di regole, che mettiamo in atto senza esserne consapevoli. Ci sono giochi linguistici che ribadiscono la stabilità di una situazione, ci sono giochi che mettono in moto un cambiamento.
Fare terapia significa creare una situazione comunicativa - un "gioco linguistico" - favorevole al cambiamento. Nel corso di una psicoterapia noi costruiamo una storia, dove si affermano mano a mano determinate regole, attraverso il modo in cui abbiamo stabilito la comunicazione col paziente, o abbiamo accettato che la stabilisse lui.
Questo aspetto è in realtà trasversale ai diversi indirizzi psicoterapeutici. Ognuno di essi ha poi la sua concezione, la sua metapsicologia del cambiamento. Grazie a che cosa il paziente cambia? (potremmo anche dire: "e noi cambiamo con lui": quest'aspetto è senz'altro vero, altrimenti non ci sarebbe relazione; rimane che il cambiamento messo a tema, e desiderato, è quello della persona che viene a "fare terapia".)
Questa mi sembra una preoccupazione centrale nell'organizzazione di queste giornate: la diversità dei setting e quindi il fatto che un intervento terapeutico, valido all'interno di un setting sarebbe invece visto come eretico all'interno di un altro. (Questo vale non solo nel dibattito fra gli addetti ai lavori, ma anche nell'immagine che gli utenti hanno della terapia: in linea di massima anche per i pazienti soltanto la propria terapia è quella buona!)
Questa diversità è invece meno inquietante se si tiene conto della pluralità e disparità dei giochi linguistici attraverso cui ogni persona struttura la propria vita. Ciò vale non solo nella direzione dei diversi ambiti sociali in cui ciascuno vive (privato e pubblico, familiare e "ufficiale", etc.), ma anche nel senso in cui diversi linguaggi esprimono e organizzano diversi modi di vedere il mondo.
L'esempio più forte è probabilmente quello dell'etica. All'interno di alcuni parametri che riteniamo essenziali per la vita civile, siamo oggi disposti a rispettare criteri etici diversi dai nostri, e ritenere che il valore di una persona stia non nella consonanza tra i suoi valori e i nostri, ma nella coerenza con cui ciascuno si ispira ai suoi.
Quello che importa, è che è impossibile vivere una vita umana senza costruire una griglia di valori. Tradurre questa affermazione nel campo del nostro lavoro significa che è impossibile mettere in moto un cambiamento senza stabilire un insieme di regole.
Seguire le caratteristiche del gioco linguistico di una specifica terapia significa camminare nella direzione del cambiamento, anche se le strade non sono coincidenti e, almeno in qualche misura, non è coincidente nemmeno il risultato.

Alcune caratteristiche del setting analitico transazionale

Il cambiamento che ci si propone all'interno dell'Analisi Transazionale può essere descritto in diversi modi ( uscire dal copione, decontaminare l'Adulto, raggiungere l'autonomia, etc.).
Dato che se ne è parlato da parte di molti e bene, non ce ne occupiamo qui. Vorrei invece fermarmi su qualche aspetto tipico della strada che si percorre con l'Analisi Transazionale. I due termini vogliono dire non soltanto che si fa un'analisi delle transazioni, ma vogliono anche sottolineare, credo, che l'analisi si fa attraverso le transazioni. L'esistenza umana si svolge in contesti transazionali; possiamo costruirne uno che ha particolari caratteristiche e particolare importanza, quello della terapia.
Da questa impostazione di base credo che emerga anzitutto un carattere del setting in cui si svolge la terapia transazionale: quello per cui il terapeuta è attivo.
Questa espressione va intesa nel contesto del discorso; nessun terapeuta evidentemente è passivo. Qui si vuole mettere a fuoco la modalità della relazione, per cui il terapeuta non attende che il paziente proietti su di lui i suoi vissuti, ma entra sin dall'inizio in una comunicazione diretta, e mantiene per tutta la terapia un elevato livello di intervento. In quest'ottica possiamo vedere gli interventi che tutti conosciamo, quali gli esercizi, le fantasie guidate, i contratti di comportamento nel periodo tra le sedute e all'interno di una stessa seduta, e così via.
Ogni relazione, come dicevamo, si autostruttura; ma lo può fare in modi che favoriscono, oppure ostacolano, il cambiamento. Da questo punto di vista, come custodi di ciò che serve alla prospettiva del cambiamento, hanno certamente importanza le regole esterne, quelle relative agli orari, al pagamento, alla chiarezza contrattuale.
Ritengo comunque una caratteristica dell'A.T. l'essere sobria nell'attenzione a questo tipo di regole , in quanto possiede degli indicatori validi dello strutturarsi o meno della relazione secondo modalità sane ed efficaci. Mi riferisco soprattutto alla teoria dei giochi psicologici e, al suo interno, ai ruoli del triangolo drammatico.
Anche il tema del transfert e del contro-transfert deve essere visto all'interno della cornice della relazione: una relazione senza dubbio "speciale", ma che si staglia su uno sfondo comune a tutte le relazioni interpersonali.
Il terapeuta è e non può non essere una figura genitoriale e quindi catalizza su di sé le aspettative non realizzate come pure i conflitti non risolti che il paziente ha vissuto con le proprie figure genitoriali. E' chiaro che questo suscita delle risposte emotive nel terapeuta; risposte che non sono "pure", ma partono dalle aspettative che anche il terapeuta ha nei confronti del paziente; che a loro volta hanno a che vedere, probabilmente, con le aspettative - corrisposte, non corrisposte -che l'uomo terapeuta ha avuto nei confronti delle figure importanti per lui.
Credo che una nostra caratteristica come analisti transazionali sia il non tenere la relazione terapeutica sul vetrino del microscopio per far emergere, appunto come in vitro, il fenomeno del transfert, ma al contrario il pensare che quanto più le due persone - terapeuta e paziente - accettano di coinvolgersi in modo emotivamente reale nella relazione, tanto più transfert e controtransfert saranno percepibili a una consapevolezza attenta.
Credo anche che ciò significhi che nella consueta attività terapeutica il fuoco dell'attenzione è primariamente su ciò che il paziente fa e dice, e su ciò che io posso dire o posso proporgli di fare, e in secondo momento in un meta-momento rispetto al concreto presente del lavoro terapeutico, la mia attenzione si porterà ad individuare che cosa significa, dal punto di vista transferale e controtransferale, ciò che è appena avvenuto.
L'attenzione ai fenomeni transferali, come si colloca in una posizione "meta" nei confronti del lavoro terapeutico, così rappresenta, mi sembra, uno spazio di meta-discorso tra quello che noi diciamo e quello che si dice nell'ottica della psicoanalisi. Le annotazioni appena fatte sottolineano la nostra specificità.
Le regole interne all'autostrutturarsi della relazione terapeutica sono particolarmente importanti quando avviene qualcosa che è previsto dalla nostra filosofia e dal nostro setting, cioè quando il paziente vive un'esperienza di regressione che è insieme ricca di potenzialità di cambiamento ma al tempo stesso estremamente vulnerabile.
Al terapeuta è chiesto di essere il custode e la guida del paziente in questi momenti. Qui le regole esterne non sono smentite ma non bastano: la relazione è efficace solo in quanto il terapeuta sappia usare un buon Genitore protettivo e sia in grado di entrare in intimità con un'altra persona.
D'altra parte - e qui torna significativo l'indicatore interno - accettare il contatto con i bisogni profondi del paziente comprende anche il rischio di gratificarsi troppo della nostra funzione di buon genitore, e quindi finire per - secondo l'espressione efficace di una mia collega - "avere bisogno del suo bisogno". In questo senso l'analisi dei ruoli rappresenta lo strumento per custodire la sanità della relazione.
La sobrietà nell'attenzione alle regole esterne vale in particolar modo per la terapia di gruppo dove, più ancora che nel setting individuale, il terapeuta si "ompromette" molto. Penso specialmente all'esperienza delle maratone, che considero parte integrante del contratto di terapia.
Qui il terapeuta convive per due giorni con i pazienti, mangia, chiacchiera, passeggia con loro: si mostra nelle sue capacità e nei suoi limiti relazionali.
Questo è sicuramente scandaloso per altri setting terapeutici.
Credo invece sia constatazione comune per noi che la maratona è una delle più potenti esperienze di cambiamento. Naturalmente, anche se fatta in luoghi belli e piacevoli, è qualcosa di diverso da una vacanza (ciò significa che è diverso non solo l'obiettivo, ma la cornice, le regole, il "setting").
Questa osservazione ci conduce a mettere a fuoco la continuità e insieme la differenza tra terapia e vita.
Discutere con altri è un modo per capire meglio se stessi, e in questo senso credo sia utile ancora il confronto con la psicoanalisi.
Il modello psicoanalitico crea una situazione relazionale - l'immagine che emerge subito è naturalmente quella del lettino, o meglio del divano - in cui viene sottolineata al massimo la differenza tra il vivere e il fare l'analisi. (1)
All'estremo opposto, ho l'impressione che nelle psicoterapie generalmente dette umanistiche si tenda spesso a cancellare la differenza tra i due ambiti.
Nella psicoterapia transazionale si crea un contesto adeguatamente distinto e protetto rispetto alla vita quotidiana, ma in cui si vivono le stesse emozioni e le stesse situazioni fondamentali.
Proprio in questa continuità e differenza sta il punto forte della sua efficacia.

Note
(1) Anche se i seguaci hanno probabilmente irrigidito l'esperienza del fondatore. Non si narra dell'analisi di G.Mahler, il grande musicista, fatta passeggiando fra i boschi nei dintorni di Vienna?

Bibliografia

  1. De Michelis, G. (1997). A che gioco giochiamo. Milano: Guerini ed.
  2. Wittgenstein, L. (1967). Tr. it.: Ricerche filosofiche. Torino: Einaudi

Notizie sull'autore:
Fabio Riccardi,

Psicologo, Psicoterapeuta, Analista Transazionale Didatta in Supervisione Campo Clinico.
Vive e lavora a Milano presso il Centro "E. Berne", per informazioni e richieste tel. 02 4987357, fricardi@tiscalinet.it.

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