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Indice Cronologico
della Rivista Neopsiche
Indice di Neopsiche
N° 24
La descrizione del setting, e quindi la
metodologia clinica, è uno degli aspetti più trascurati
nelle opere di analisi transazionale.
A questo proposito può essere interessante notare, come in
molti paesi di lingua latina, e quindi anche in Italia, il titolo del
libro clinico di Berne "Transactional Analisys in Psycotherapy"
(Berne,1961), è stato tradotto con "Analisi Transazionale e
psicoterapia" (Berne,1971), il che già falsa la prospettiva
dal punto di vista ontologico nonché da quello
epistemologico.
Infatti, questo titolo suggerisce un aspetto importante che invece
sfugge nel titolo italiano, e cioè che secondo Berne
già all'origine pre-esiste un sistema clinico, un intervento
sulla psiche, che è migliorato e portato avanti dall'analisi
delle transazioni reali che avvengono tra il paziente e il terapeuta,
ossia l'analisi transazionale.
Se non partiamo da questo concetto rischiamo di imporre il nome di
analisi transazionale a sistemi di terapia che magari non sono
analisi transazionale.
Si potrebbe anche verificare un vuoto epistemologico, quello
cioè di creare un sequitur che prescinde dall'antecedente, per
cui si arriva al punto di non poter neppure dire di una metodologia
clinica che "non sequitur", cioè che un certo modo di fare
terapia non è conseguente, non è in relazione spiegata
o diretta con quello che chiamiamo analisi transazionale.
Nell'opera berniana ciò che di fatto, storicamente, sta dietro
all'analisi transazionale, sono la psicanalisi e la cibernetica, alla
luce delle quali Berne spiega i suoi concetti di stati dell'Io e di
analisi delle transazioni, comprese quelle speciali transazioni che
sono i giochi psicologici, e la loro motivazione inconsapevole.
Quindi la psicanalisi si pone come una delle basi metapsicologiche
all'analisi transazionale, ma non necessariamente come modello
metodologico. Se andiamo poi ad esaminare i costrutti di base della
psicanalisi alla luce delle più recenti scoperte delle
neuroscienze e della psicobiologia, possiamo veramente chiederci se
Berne avrebbe ancora seguito quelle spiegazioni di tipo psicanalitico
che lui dà nell'interpretazione dei giochi. Berne sembra,
d'altro canto, proporre l'analisi transazionale come una metodologia
nuova ed economica, che parte dall'osservazione di comportamenti
reali e delle loro conseguenze. D'altro canto l'insistere anche al
giorno d'oggi dei più diretti seguaci di Berne, come ad
esempio, Claude Steiner, che l'analisi transazionale si pone come
momento rivoluzionario rispetto alla psicanalisi e che Berne stesso
la vedeva come una psicologia di tipo umanistico, ci pone dei
problemi epistemologici, come ad esempio quello importantissimo se
sono in effetti necessari i costrutti di inconscio, di istinto e di
pulsione per giustificare le metafore di stati dell'Io e copione.
Per quanto riguarda il Berne di "Analisi transazionale e
psicoterapia" possiamo affermare che egli segue una corrente che dal
punto di vista epistemologico si pone, così come la
psicanalisi, tra le correnti "romantiche", basate cioè sulla
concezione dell'esistenza nel "reale" di idee "vere", come ad esempio
gli stati dell'Io.
L'affermazione che la metapsicologia analitica transazionale non
può prescindere dalla psicanalisi, è vera solo restando
all'interno di una epistemologia romantica. Non potremmo per esempio
capire come operare sul concetto di scissione (che del resto è
un buon esempio di metafora reificata) tra quello che poeticamente
è stata chiamata la strega e la fatina se non alla luce della
teoria delle relazioni oggettuali come del resto Berne stesso
sottolinea in "What do you say after you say hallo?" (Berne,
1971).
Ma queste teorie "forti" reggono ancora alla luce di una
epistemologia post-moderna? Anche le recenti proposte di Bruce Loria
(Loria, 1990) hanno ben chiarito che i concetti di scissione, di
meccanismi di difesa, e forse lo stesso concetto di inconscio in
senso freudiano, sono metafore proposte come costrutti reali. E ben
sappiamo, Popper insegna, che questi concetti non possono essere
dimostrati veri, ma neppure possono essere dimostrati falsi, per cui
la proposta della psicanalisi come scienza è per sua stessa
natura ontologica destinata a cadere nel vuoto.
Questo però contraddice sia il desiderio di Freud di porre la
psicanalisi proprio come scienza che quello di Berne che lo stesso
voleva per l'analisi transazionale.
La forte diffusione che l'analisi transazionale ha avuto ai suoi
inizi sia in campo psichiatrico che tra gli psicologi clinici, era
dovuta al fatto che soddisfaceva un'esigenza molto sentita tra gli
operatori, cioè quella di avere una metodologia che partendo
da conoscenze metapsicologiche già possedute, fosse
applicabile in un setting clinico, quale anche l'ospedale
psichiatrico. C'era bisogno però non solo di sapere cosa fare
ma in che contesto fare, quale fosse il setting più funzionale
per le operazioni previste dalla metodologia scelta.
Ecco però che restano l'esigenza di definire il contesto,
l'ambito, le regole della metodica psicoterapia. Cavallero parla del
setting come di un contenitore mentale, materiale, relazionale, atto
a favorire il lavoro terapeutico. Per l'analisi dei primi tre aspetti
rimando al capitolo da lui scritto, per soffermarmi sul concetto di
"contenitore". Contenere è la specifica espressione della
funzione Genitoriale che può essere svolta per lo meno da
cinque strutture: G0,
G1, G2,
G3, G4 (Moiso,
1997).w
E qui sorge un problema epistemologico.
Uno degli aspetti più controversi dell'analisi transazionale
è dato dai diversi significati che diamo ai termini Genitore,
Adulto e Bambino. Se essi sono l'espressione fenomenologica di organi
psichici sottostanti, dobbiamo dedurre che la funzione genitoriale,
cioè quella del contenere, è espressione
dell'esteropsiche, per cui i vari strati di cui ho parlato
(G0, G1,
G2, G3,
G4) sono da considerarsi diversi momenti evolutivi del
Genitore (allo stesso modo, in questa ottica, il pensiero intuitivo
del Piccolo Professore (A1) è da considerarsi una substruttura
della neopsiche e quindi dell'Adulto). Se invece consideriamo gli
stati dell'Io come delle persone reali che coabitano (me stesso da
bambino, me stesso oggi, gli altri incorporati, e ognuno col suo
sistema affettivo/ cognitivo), ecco che per quanto riguarda la
funzione genitoriale le prime due substrutture (G0 e
G1) sono da considerare gli aspetti Genitoriali del
Bambino, rispettivamente Genitore
genetico e Genitore oggettuale, le seconde due (G2 e
G3) sono da considerare gli aspetti genitoriali del
Genitore, rispettivamente Genitore
parentale e Genitore sociale.
E il G4 costituisce l'aspetto genitoriale dell'Adulto,
cioè il genitore nell'Adulto integrato, o Genitore personale.
Questi discorsi sottolineano il fatto che ci sono dei seri problemi
di incongruenze interne nella materia transazionale, e ci sono dei
problemi seri di divulgazione dei contenuti. Purtroppo quello che di
fatto è successo nella letteratura transazionale è che
molto spesso, invece di elaborare una metaepistemologia e una
metaontologia comuni, la maggior parte degli autori si è
dedicata o a sintesi metodologiche tra l'analisi transazionale e
altri modelli teorici, con il rischio, come dice Novellino
(Novellino, et al., 1998), di una "diffusione di identità",
oppure in manuali di sintesi un pò sullo stile dei bignami di
facile consultazione. Per fare un paragone, sembra che l'analisi
transazionale sia diventata come un farmaco che è conosciuto
per quanto c'è nel foglietto illustrativo piuttosto che per
quanto descritto nel manuale di farmacologia e di chimica. Ho potuto
purtroppo constatare che spesso gli analisti transazionali stessi si
presentano all'esame con una conoscenza dell'opera Berniana molto
superficiale, direi accessoria, basata su una conoscenza limitata a
pur ottimi manuali di base come il Woollams-Brown (Woollams, e Brown,
1978) o lo Stewart-Joines (Stewart, e Joines, 1987).
La assoluta confusione ontologica e epistemologica che caratterizza
oggi l'analisi transazionale ha fatto si che anche il discorso del
setting fosse vago e soggetto alle opinioni, non sempre poi
così ben documentate, di noi che l'analisi transazionale
facciamo. Nella mia fitta corrispondenza con Claude Steiner abbiamo
discusso di questi problemi di cui sto parlando con voi, e con la sua
solita caustica concisione alla mia domanda: "Qual è il
miglior setting clinico per eseguire quelle specifiche operazioni che
sono tipiche e necessarie all'analisi transazionale?", ha risposto
con due parole: "Group therapy". Mi si può, ed a ragione,
obiettare che Steiner non è certo il più sofisticato
dei nostri studiosi, che le sue descrizioni di metodologia clinica
sono poco approfondite e che alcuni dei suoi concetti sono esempi di
quella analisi transazionale semplificata, che è in parte
causa di un certo discredito, anzi meglio, della mancanza di
conoscenza approfondita, di cui soffre l'analisi transazionale.
Ciò non toglie però che non possiamo affermare che
stiamo di fatto facendo analisi transazionale, se nel nostro operare
clinico, prescindiamo dall'analisi delle transazioni reali (inclusi i
giochi), dall'analisi del copione e dall'analisi strutturale. A
questo proposito voglio riaffermare brevemente che il mio articolo
"Stati dell'Io e transfert" (Moiso, 1985) (Moiso, 1988) va inteso
come un articolo di analisi transazionale ortodossa, cioè un
articolo che invita a considerare la centralità dell'analisi
sul livello ulteriore delle transazioni Bambino-Genitore tra paziente
e terapeuta, mettendo poi particolare attenzione a) sulla eventuale
intenzione nascosta all'origine della transazione ulteriore, e quindi
sui possibili giochi psicologici che ne possono derivare, b) sul
fatto che ci sono diversi possibili livelli di struttura genitoriale
(G1+, G1-
,G2) proiettati sul terapeuta. La spiegazione
psicoanalitica sull'origine della proiezione non è però
indispensabile, anzi può essere benissimo sostituita dal
concetto cognitivo-costruttivista di intenzione inconsapevole, e dal
concetto assolutamente analitico transazionale di necessità di
riproporre in transazioni che avvengono nel qui e ora non tanto
drammi svolti nel passato, quanto piuttosto di riproporre
transazionalmente "narrazioni" che avvengono tra stati dell'Io dopo
essere realmente avvenute nel passato. Anche il concetto di
contro-transfert può essere esaminato in questa luce.
Etimologicamente contro-transfert vuol dire non opporsi ma "venire in
risposta".
Cos'è allora che viene in
risposta al transfert del paziente?
Abbiamo tre possibilità.
1) Chiamare contro-tranfert tutte le
risposte emotivo-affettive del terapeuta rispetto al paziente.
2) Dare il nome di contro-transfert solo alle emozioni che si
risvegliano dal terapeuta a partire dal paziente in quanto
manifestazione di gestalt irrisolte nel terapeuta stesso.
3) Considerare contro-tranfert le emozioni svegliate nell'inconscio
del terapeuta dall'inconscio del paziente.
Se aderiamo a queste ultime due visioni non facciamo altro che fare
delle ipotesi sulla natura e sull'origine di quanto è
contenuto nella prima possibilità. Penso che gestire in modo
clinicamente costruttivo il fenomeno del contro-transfert ci si possa
di fatto basare sulla prima definizione, che dà il nome di
contro-transfert alla risposta affettivo-emotiva del terapeuta
rispetto al paziente a prescindere dalla sua origine e natura, e
ritornare all'uso di quell'elegante strumento che è l'analisi
qualitativa della relazione, presentata da Berne in "Analisi
transazionale e psicoterapia".
Non voglio certo affermare che quella che io propongo sia la visione
veridica dell'analisi transazionale ma è comunque importante
che la metodologia clinica che applichiamo sia il più
possibile coerente con il modello metapsicologico a cui ci riferiamo.
E' in questo senso che l'analisi qualitativa della relazione,
strumento squisitamente Berniano, può essere considerato
quanto di più congruente ci possa essere per la autoanalisi
del controtransfert, o la sua analisi in supervisione. La scelta poi
se esprimere o meno al paziente ciò che proviamo nei suoi
confronti (sentimenti) o come risposta alle sue azioni (emozioni),
sarà basata sulla precauzione transazionale di:
1) non fare mai giochi con il
paziente e
2) avere una accurata previsione su quale sarà lo stato
dell'Io con cui il paziente risponderà al nostro
stimolo.
Due discorsi culturali vadano riproposti con energia: quello
sull'ontologia e l'epistemologia dell'analisi transazionale e quello
sulla metodologia clinica, che deve essere il più possibile
coerente con il primo. Credo che al giorno d'oggi non tutto
ciò che viene proposto come "scuole di analisi transazionale"
sia in realtà congruente con quelli che sono dei concetti che
dobbiamo dare come fermi se non vogliamo perderci.
Temo che spesso si proponga in analisi transazionale un setting
pressappochista e facilone. Prima di spiegare perché affermo
questo, vediamo cosa intendo per setting: l'insieme di norme, regole e procedure che rendono
coeso il gruppo, ne indirizzano l'attività e vanno a
costituirne l'atmosfera.
E' pertanto fondamentale che sia strategicamente previste e
organicamente proposto in modo da facilitare il processo
terapeutico.
Quindi anche la domanda "stringo o no la mano al paziente?" è
una domanda sulla natura del setting, in quanto qualsiasi azione
è, bernianamente pensando, lo stimolo di una transazione, e il
terapeuta deve agire in modo non ingenuo, cioè deve agire
prevedendo con quale stato dell'Io risponderà il paziente e in
quale direzione andrà poi la relazione a partire da questa
unità stimolo risposta.
In poche parole, dobbiamo sottolineare che ogni azione del terapeuta
deve essere giustificata dalla sua economicità e dalla sua
efficacia nel perseguire l'obiettivo terapeutico.
In analisi transazionale abbiamo però due diversi piani di
obiettivo terapeutico.
Piano
medico-clinico.
Il processo effettuato è la terapia e l'obiettivo è la
guarigione intesa in modo pratico e pragmatico ("da che cosa tu e gli
altri vedrete che hai ottenuto lo specifico obiettivo per cui sei
venuto in terapia?"). E' all'interno di questo piano che possiamo
includere il contratto di controllo sociale. In altri termini il
compito del terapeuta è di "levare la spina" dal paziente e
far si che tutti i sintomi da essa causati scompaiano. Il paziente
viene invitato dal terapeuta a stabilire al più presto un
contratto di terapia, che dovrebbe essere espresso correttamente con
il verbo all"infinito. La frase completa sarebbe infatti: "stiamo
effettuando questa psicoterapia con il preciso obiettivo diŠfare,
sentire, esprimere, x, y". Questa formula, oltre a rappresentare
esattamente l'idea berniana di contratto, evita tutti quei
pseudocontratti descritti da Gibson che si verificano quando il
contratto è espresso con parole tipo: "voglio essere, voglio
diventare,Š" in cui si esprime un desiderio, o al massimo una
volontà, e non un obiettivo, oppure con frasi tipo
"sarò, farò,Š" che sembrano, e di fatto non collegate,
a fantasie e desideri dello stato dell'Io Bambino inteso come
struttura regressiva.
Piano
clinico-esistenziale.
Questo piano ha assunto sempre più importanza quanto
più nel corso del suo divenire l'analisi transazionale,
approfondendo il concetto di copione e di piano di vita, è
passata da essere una psicoterapia situazionale-comportamentale a
essere una psicoterapia esistenziale. Questo il secondo piano spesso
si svolge parallelamente al primo. L'analisi transazionale, vista
più come analisi del copione che non come analisi di fenomeni
momentanei che sono relazionati a un problema specifico, diventa
quindi un processo di crescita il cui obiettivo non è la
guarigione clinica ma l'ottenimento dell'autonomia.
Prendiamo il caso del Signor Quintino.
Egli viene in terapia, come quasi tutti del resto, non presentando un
obiettivo ma un problema. Ci dice per esempio: "Non riesco a fare
l'amore con mia moglie". Con l'aiuto del terapeuta arriva a formulare
un contratto soddisfacente, che nel caso specifico assunse la
formula: "(l'obiettivo terapeutico è quello diŠ) mantenere
un'erezione soddisfacente per me e mia moglie".
Come facilmente intuibile il lavoro analitico transazionale
rivelò che il perdere l'erezione era di fatto il colpo di
scena di un gioco, e l'analisi formale del gioco stesso ricondusse
Quintino a considerare il senso della sua relazione con la moglie e
quindi il significato globale della sua vita.
A questo punto la terapia si indirizzò decisamente sul piano
esistenziale verso un discorso di autonomia.
Tornando al discorso sul setting, possiamo ribadire che esso deve
essere tale da facilitare ai pazienti sia il raggiungimento del loro
obiettivo specifico rispetto al malessere, sia l'ottenimento
dell'autonomia.
Anche per quanto riguarda l'autonomia si possono fare varie
considerazioni. Una di queste sorge dall'affermazione di Erskine e
Trautmann che essa è la condizione nella quale si esprime
l'adulto integrato. Ritorna dunque la necessità di definire
che cosa sia lo stato dell'Io Adulto: è l'espressione di un
organo psichico al quale sottende una funzione o è la
struttura che esprime l'insieme di pensieri e emozioni connesse con
il qui e ora di una persona? Voglio ancora però sottolineare
come sempre e comunque queste non siano che metafore a proposito di
una esperienza psichica del paziente, e non oggetti reali esperiti da
lui o da noi, come il continuo processo di reificazione in uso fin
dai tempi di Berne ci porta a considerare.
Un altro aspetto da considerare rispetto al setting è quello
dell'ideologia di base che sottende in ogni terapia alle
modalità del setting stesso.
Uno degli aspetti ideologici che io trovo ripetersi nel mondo
dell'analisi transazionale è quello connesso alla sofferenza.
Non credo che dobbiamo insegnare alla gente a non soffrire: la
continua ricerca di qualunque mezzo efficace ad evitare la sofferenza
comunque e sempre e il perseguire ad ogni istante sempre e solo
ciò che dà piacere, non fa di me o del mio paziente una
persona autonoma.
Se la nostra ottica è quella del raggiungimento dell'autonomia
espressa nelle sue funzioni di consapevolezza, spontaneità,
intimità ed eticità, l'obiettivo non può essere
evitare la sofferenza, condizione inerente la vita umana, ma quello
di saperla gestire, mantenendo un senso di positività su noi,
sulla nostra vita e sul senso generale dell'esistenza,
nonostante le sofferenze che ci si
presenteranno.
Per fare questo è necessario chiudere vecchie gestalt,
risolvere vecchie sofferenze e non "decidere di non soffrire mai
più!"
Visto che i fattori di efficacia della psicoterapia sono la
qualità della relazione che stabiliamo con il paziente e la
nostra adesione alla metapsicologia e alla metodologia che
professiamo, è importante che effettuiamo una forma di
psicoterapia che sentiamo veramente nostra.
In analisi transazionale c'è spesso confusione a questo
livello in quanto, probabilmente a causa di confusioni
epistemologiche, noi abbiamo varie "scuole di analisi transazionale"
che sembrano presupporre degli ambienti diversi.
Un esempio per tutti: la frequenza delle sedute per una terapia di
osservanza strettamente Schiffiana è ben diversa da quella di
una terapia ridecisionale per analisti in formazione. Da un punto di
vista pratico è evidente comunque che un analista
transazionale ben formato deve sapersi muovere a suo agio nei
differenti momenti evolutivi che il progredire della terapia del
paziente propone. In questo senso possiamo considerare che nel corso
di un discorso analitico transazionale esiste il momento
dell'intervento più strettamente analitico, che permette di
risolvere le impasse rievocate nella relazione con il terapeuta, e
ciò può essere anche utilmente svolto in un momento di
analisi transazionale individuale; un momento più
specificatamente ridecisionale, che può essere meglio gestito
in situazioni di gruppo o anche in maratone; per qualche paziente
sarà forse necessario anche un momento di rigenitorizzazione,
per cui il setting deve avere delle caratteristiche tutte
particolari.
In effetti tutti questi diversi momenti e i diversi modi di gestirli
propongono complesse variazioni di setting, e la mia esperienza
clinica mi dice che è si possibile effettuare queste
variazioni ma ciò deve essere accuratamente programmato e
chiaramente porto al paziente.
Comunque ciò che aiuterà i nostri pazienti a guarire
è la relazione che stabiliremo con loro. Parlando in termini
transazionali, significa che potranno derivare dal rapporto con noi
gli strumenti necessari per sviluppare quelle nuove sequenze
narrative intrapsichiche che si manifesteranno poi sotto forma di
copione vincente.
Bibliografia
Notizie sull'autore:
Carlo
Moiso,
Medico, Psicoterapeuta,
Analista Transazionale Didatta, Premio Berne 1987.
Vive e lavora a Roma, per informazioni e richieste tel. 06
7024669.
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