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Indice Cronologico della Rivista Neopsiche
Indice di Neopsiche N° 24

Il setting: due soggetti
a confronto
Carla Giovannoli Vercellino

Prendendo spunto dalla definizione di questo incontro, quale: "Giornata di studio" ho scelto come obiettivo del mio intervento di dare degli stimoli di riflessione e discussione piuttosto che presentare un lavoro già concluso. Infatti chiuderò la mia relazione con una domanda molto estesa e proiettata nel futuro. Per arrivare a ciò voglio esporvi il percorso che ho effettuato concettualmente partendo da ciò che esiste già nella letteratura analitico-transazionale. "L'attuale" cui mi riferirò in modo particolare è lo studio recente di P. Clarkson (1995). Inizialmente, ripercorrerò in forma puramente elencativa concetti già acquisiti di cui mi servirò per l'elaborazione successiva.
Il termine setting, di origine inglese, è di per sé intraducibile. Le definizioni che più si avvicinano sono "lo spazio e il tempo dell'ambiente in cui avviene l'azione" o "la scena in cui succedono gli avvenimenti". Vi sono opinioni diverse al proposito. Vi è chi considera il setting un insieme di elementi interdipendenti che esprimono e definiscono un intervento di tipo psicologico (spazio, tempo, persone, metodologia).
Per Novellino e Miglionico (1987) il setting è l'insieme delle regole che definiscono la natura della relazione terapeuta-cliente, salvo che per certi pazienti più regrediti per i quali il setting simboleggia il terapeuta.
Che sia un elemento del setting o che si identifichi nel setting stesso, la relazione terapeutica è oggi più che mai considerata come la condizione senza la quale nessuna efficace terapia (breve, lunga ecc.) possa avvenire.
Molte ricerche oggi pongono l'attenzione sulla relazione, dimostrando che essa costituisce uno dei fattori più importanti della terapia, in modo addirittura, più significativo dell'orientamento stesso. Detto ciò sono ancora relativamente pochi gli studi sui contenuti e sulle modalità della relazione terapeutica.
Molti approcci tendono a mettere in risalto uno o due aspetti della relazione suddetta considerandoli non solo congrui al loro schema teorico, ma anche i soli efficaci. "Sul piano epistemologico (Capra, 1975 in Clarkson pag. 17) tutte le cose che vediamo esistono solo nella relazione e quando le analizziamo al microscopio appaiono esse stesse come relazioni" ... "Nella fisica tanto più esaminiamo una cosa tanto meno essa ci appare una cosa e tanto più essa si dimostra un processo dinamico".
Partendo da questi presupposti P. Clarkson ha identificato cinque tipi di relazione terapeutica che considera inscindibili e imprescindibili anche se il loro utilizzo viene diversificato nel tempo relazionale a seconda delle fasi e della terapia. Esse sono:

Tipi di relazione

1. Alleanza operativa
2. Relazione di Transfert/Controtransfert
3. Relazione evolutivamente necessaria o riparatrice
4. Relazione tra persona e persona
5. Relazione transpersonale

L'alleanza operativa
è un concetto che già compare nella teoria psicoanalitica, viene inteso come contratto o accordo, esplicito e implicito tra terapeuta e cliente. È la prima relazione che deve essere realizzata per iniziare a lavorare (comporta obiettivi, compiti, impegni ecc.). E' costituita da empatia, calore, considerazione. È anche la fase iniziale del contratto, ma va al di là dello stesso comprendendo anche le aspettative implicite inconsce del paziente e del terapeuta. Questo concetto di alleanza operativa è un cardine della teoria e della metodologia analitico-transazionale.
Sulla
relazione di transfert esiste come tutti sappiamo una consistente ricerca teorica e metodologica. A volte, anche con esiti contraddittori. Le radici etimologiche significano "trasportare" e con ciò si apre un ventaglio di opinioni su ciò che viene trasportato (comportamenti, affetti, relazioni, emozioni, informazioni).
Nell'uso più comune e allargato trasportare informazioni dal passato al futuro significa apprendimento. Per P. Clarkson il transfert è ovunque ed è inevitabile "In ogni psicoterapia, qualunque ne sia l'orientamento il transfert può essere consentito (io dico esiste), stimolato, interrotto, evitato o minimizzato a seconda della diagnosi e dei bisogni del paziente".
La relazione evolutivamente necessaria o riparatrice è creata dal terapeuta che fornisce una relazione o azione correttiva riparatrice o nutriente laddove il comportamento dei genitori è stato carente, abusivo o iperprotettivo.
La regressione, che viene favorita dal setting terapeutico è un fenomeno che può essere considerato come una difesa o una resistenza, ma anche un modo per cercare una nuova opportunità, per riandare indietro e mettere le cose diversamente (ridecidere in base ad una diversa lettura degli avvenimenti) e quindi avere una nuova progettualità.
Questo aspetto della regressione e della ridecisione costituiscono gli aspetti fondamentali teorico-metodologici della terapia analitico transazionale secondo la scuola gouldinghiana.
La
relazione evolutivamente necessaria o riparatrice significa offrire un'esperienza diretta, diventare il genitore del paziente-bambino, il che non significa dare consigli e istruzioni, ma soprattutto offrire vicinanza, comprensione, supporto.
La regressione di questo tipo può essere spontanea, ma anche agevolata o addirittura contrattata.
Le due relazioni precedenti, secondo P. Clarkson, sono in antitesi e non possono coesistere, perché la relazione di transfert è tesa a illuminare o spiegare uno schema o una relazione del passato, l'altra, quella riparatrice, introduce un'esperienza nuova vissuta nel qui ed ora.
La
relazione tra persona e persona, è una relazione reale, opposta concettualmente alla relazione oggettuale. A volte è stata sopravalutata l'influenza di avvenimenti esterni sulla guarigione (innamoramento, posto di lavoro, gratificazioni varie ecc.). Altre volte è stata invece sottovalutata l'importanza di eventi che avvengono dentro lo studio o fuori, ma che coinvolgono terapeuti e pazienti come persone reali (per esempio il fatto che il terapeuta abbia perso un bambino, che si sposi, che vinca un premio ecc.).
Lo stesso tipo di intervento rivolto, ad esempio, ad un'esperienza emotiva anche intensa può essere considerato un'esperienza riparatrice se la persona è in regressione, o da persona a persona se è pienamente consapevole e autonoma (per esempio la paziente che piange la morte di mamma prevalentemente come una bambina di sei anni o come una donna di quaranta).
La relazione da persona a persona costituisce un'esperienza nuova (non riparatrice in modo specifico di traumi arcaici) di crescita, di maggiore apertura dei canali percettivi, di consapevolezza delle emozioni e capacità di esprimerle.
La
relazione transpersonale, "è la faccia senza tempo della relazione terapeutica che si riferisce alla dimensione spirituale della relazione guaritrice" (Clarkson, 1995).
Nell'approccio umanistico-esistenziale questa dimensione ha a che fare con il trascendente e con la spiritualità. Qualcuno (Groff in Clarkson, 1995) parla di una espansione che porta la coscienza al di là dei normali confini dell'Io e al di là dei limiti di tempo e/o spazio.
Nello studio della relazione terapeutica della Clarkson emergono alcuni aspetti di particolare interesse.
Il primo è lo sforzo di sistematizzare il concetto di relazione terapeutica e di darle dei contenuto precisi sia teorici che metodologici. Inoltre, l'autrice sostiene che da una fase di chiusura e di competizione dei vari approcci psicoterapeutici (dove permaneva e, in parte ancora permane, l'idea di un tipo di relazione unico o prevalente in coerenza con la teoria dell'approccio stesso), si sta passando ad un sistema più aperto e duttile.
Tanto è vero che la Clarkson parla di una possibile integrazione tra i diversi tipi di relazione.
Personalmente ritengo che ciò sia attuabile più a livello formativo che applicativo. Ossia, se un terapeuta, al di là della specifica scuola seguita, conosce più stili relazionali di intervento ha certamente degli strumenti operativi maggiormente articolati. La mia perplessità rimane invece su un concetto di integrazione più strutturale che punti ad arrivare ad una forma unificata di psicoterapia. In questo momento ciò potrebbe costituire una spinta integrativa che rifiuta la diversità. La totalità o l'esigenza della totalizzazione costituiscono gli ideali del pensiero occidentale attuale: integrare, unificare, totalizzare come se lo spirito non potesse tranquillizzarsi e trovare una soddisfazione se non attraverso le sintesi riappacificatrici.
Clarkson descrivendo la relazione transpersonale afferma che essa si riferisce alle dimensioni spirituali o inesplicabili della relazione esistente in psicoterapia.
Nel pensiero junghiano (e non solo) è concepita come una relazione tra l'inconscio dell'analista e quello del paziente senza la mediazione della coscienza.
Il filone che segue Clarkson è quello della ricerca di un elemento di trascendenza (cita Berne quando riporta la frase: "Io l'ho pensato e Dio l'ha guarito?" e il concetto di grazia di Peck). Essa afferma che tale relazione è difficile da descrivere, ma conclude che essa costituisca l'aspetto più profondo e spirituale della relazione terapeutica.
Con ciò mi sembra che lo spazio della relazione terapeutica si ampli, assuma un'altra dimensione, più globale legata a fatti e/o momenti del quotidiano e delle emozioni soggettive.
L'importanza che viene data alla relazione persona-persona e a quella transpersonale sembra costituire, sia pure in modo non strutturato, un aspetto più aderente ad una visione moderna della scienza che considera il fenomeno uomo un fenomeno complesso, oggetto-soggetto di diverse interrelazioni.
Nonostante che si stia attualmente lavorando su un modello di setting più elaborato, duttile, possibilista, ritengo che esso si riferisca prevalentemente ancora ad un mondo relazionale statico e che detto modello si stia poco evolvendo rispetto, invece, all'evoluzione scientifica e culturale del nostro tempo. Esiste cioè, a mio avviso, uno scollamento notevole tra come è impostato e costruito il nostro setting e la realtà di oggi.
Ciò che vorrei fare ora è formulare un pensiero che renda più esplicita la mia ultima affermazione.
Abbiamo esaminato tutti i possibili aspetti della relazione (o i diversi tipi di relazione) che possono esserci tra due soggetti, ma li abbiamo studiati come se la relazione fosse limitata nel tempo e nello spazio e in quel momento e tra quelle due persone.
Il concetto di originalità e di unicità della relazione terapeutica è assodato e da me anche esplicitato in altre sedi.
Ma la domanda che possiamo porci ora è: nel setting ci sono veramente solo due soggetti?
Dubito allora che ci si possa fermare ad una formulazione lineare (scolasticamente utile della Clarkson) dove sembra che il terapeuta diriga totalmente azioni e comportamenti decidendo se la relazione deve essere transferale, da persona a persona, evolutivamente necessaria e così via.
Partendo da alcune considerazioni più generali e sociologiche si evince che in quest'ultimo periodo la domanda di psicoterapia ai servizi pubblici è notevolmente aumentata e l'offerta si è ristretta. Perché una maggiore richiesta? I motivi sono molti, ne elenco alcuni: si fa strada l'idea che la psicologia sia utile, in particolare per eliminare la fonte di disagio (che inizia ad essere riconosciuto in sé) in modo da non accettare situazioni o relazioni difficili. I disagi non sono più così classificabili come un tempo (nevrosi ossessiva, psicosi, nevrosi, schizofrenia, ecc.) sono più vaghi, spesso intricati in problematiche esistenziali del qui-ed-ora e non solo come conseguenza di conflitti con origini arcaiche. C'è una maggiore consapevolezza del benessere psicofisico e una maggiore ricerca dello stesso.
Valutando inoltre che la scienza e la tecnica portano oggi all'unificazione della società mondializzata c'è da chiedersi se ciò è valido anche per la psicoterapia e se sia necessario arrivare a qualcosa che almeno nella sua struttura tenda ad rispondere alle esigenze nuove e più universali.
Infatti nel nuovo paradigma scientifico (Morin, 1973) convergono, senza integrarsi, tre principi basilari:

Principi del nuovo paradigma scientifico:

1) Principio dialogico: dati contrapposti si rilevano reciprocamente costitutivi
2) Principio della ricorsività: indistinzione tra causa ed effetto
3) Principio oligrammatico: il coappartenersi del tutto e delle parti


Il primo è il
principio dialogico, ossia il fenomeno per cui dati contrapposti si rilevano reciprocamente costitutivi (esempio il Dna e gli aminoacidi in cui una memoria stabile e una potenza instabile che si degrada e si ricostruisce sono reciprocamente necessari).
Il secondo è il
principio di ricorsività sorto nella logica matematica, secondo cui c'è un'indistinzione di causa ed effetto, ovvero l'effetto si rivela a sua volta causa e ciascuno effetto é contemporaneamente prodotto e produttore (tutto ciò riporta a rivedere o a confermare le revisioni nei rapporti genitori-figli, terapeuta-cliente).
Il terzo
principio è quello ologrammatico che afferma la presenza del tutto nelle parti, il coappartenersi reciproco del tutto e delle parti (interessanti considerazioni si potrebbero fare in conseguenza a questo nel rapporto individuo-gruppo e in quello tra elementi di copione e copione stesso).
Questi principi si richiamano reciprocamente, ma non è possibile integrarli l'uno nell'altro.
La nozione di complessità che oggi esiste nelle scienze (matematica, filosofia ecc.) significa l'impossibilità di ridurre in termini lineari, omogenei, calcolabili, non tanto la realtà, ma i modi diversi conflittuali di pensare la realtà. La teoria della complessità non vuole essere l'equivalente di disordine o caos, quanto esprimere un'idea complessa di ordine, disordine e caos.
Ciò che si propone oggi è uno schema policentrico di ogni fenomeno umano (Morin, 1973).


Cioè ogni unità di comportamento umano (pratica) è a un tempo genetica-cerebrale-sociale-culturale-ecosistemica (il che non impedisce, a seconda dei bisogni di tralasciare un aspetto piuttosto che un altro).
Finora si collegava la specie alla biologia, l'individuo alla psicologia, la società alla sociologia, sostenendo di volta in volta che la realtà è rispettivamente: nella specie, nell'uomo, nella società.
Ora viene proposto che la realtà sta in questi tre termini contemporaneamente, ma anche nella loro interrelazione e che i rapporti sono simultanei, complementari, concorrenti, antagonisti, discontinui e incerti. Quindi stiamo arrivando ad un concetto di fenomeni umani totali che richiede una ristrutturazione del sapere.
Ciò non significa la morte delle discipline scientifiche, ma una loro apertura diversa su fenomeni che sono per loro natura complessi.
Con E. Morin (1973) si potrebbe dire che ciò che muore oggi non è la nozione di uomo, ma una nozione insulare dell'uomo, isolato dalla natura e dalla propria natura e comincia l'era della teoria aperta multidimensionale, complessa, dell'uomo peninsulare.
Se un modo diverso di pensare l'uomo viene condiviso da parte della psicologia credo che sia necessario concettualmente e metodologicamente rivedere molti aspetti del nostro setting. Dalle regole più banali (orario, scadenze, termine, obiettivi) alla linearità con cui spesso ancora oggi pensiamo alla formazione del copione (messaggi culturali visti come cause determinanti delle decisioni, i contenuti di certe introiezioni definiti contaminazioni magari in base a preconcetti culturali ecc.) forse potrà essere necessaria una diversa contestualizzazione del cliente nella sua realtà più allargata. Per concludere il setting che noi pensiamo collocato in una linearità di relazione di volta in volta facilmente determinabile tra due unici e definiti soggetti è forse solo un "punto" di una complessa rete di interrelazioni, di cui noi terapeuti dobbiamo coglierne sì il filo conduttore, ma non possiamo ignorarne il complesso collegamento.
In che modo allora cambierà il setting?

Bibliografia

  1. Clarkson, P. (1995). Tr. it: La relazione terapeutica integrata. Roma: Suvera Multimedia s.r.l., 1997.
  2. D'Agostini, F. (1997) Analitici e continentali. Milano: Cortina Editore.
  3. Morin, E. (1973). Tr. it.: Il paradigma perduto. Bompiani, 1974.
  4. Novellino, M. e Miglionico, A. (1987). Tattiche e strategie in Analisi Transazionale. Bisceglie: Opere Don Uva.
  5. Vercellino, F. e Giovannoli, C. (1986). Pensiero filosofico contemporaneo e psicoterapia. Atti Congresso Nazionale psicosomatica -Torino -1986.

Notizie sull'autore:
Carla Giovannoli Vercellino,
Psicologo, Psicoterapeuta, Analista Transazionale Didatta, Direttore della Scuola di Psicoterapia dell'ITAT.
Vive e lavora a Torino, per informazioni e richieste tel. 011 3852928.

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