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Sommario
Indice Cronologico
della Rivista Neopsiche
Indice di Neopsiche
N° 24
Aspetti
preliminari
Parlando del setting immediatamente
la mente va a quell'insieme di regole che compongono il contratto
amministrativo, quanto è lecito farsi pagare?
Quanto deve durare la seduta?
Come ci si comporta in caso di assenza e/o mancato pagamento?
Quale arredo per lo studio? ecc.
Sono questioni importanti e rappresentano la cornice in cui si svolge
il nostro lavoro e nel corso del mio intervento ci farò
riferimento, ritengo però utile dare una definizione
preliminare degli aspetti del Setting che mi interessa discutere in
questa sede.
Sicuramente in questo intervento mi occuperò del Setting dal
punto di vista relazionale, ovvero le regole che dovranno orientare
le relazioni fra due estraneiŠ molto intimi!
Quale scena voglio
preparare?
Ritengo utile che l'Analista Transazionale decida fin dall'inizio
quali sono gli obiettivi di massima che vuole raggiungere con il suo
intervento e ne discuta francamente con il suo cliente, in quanto
questo condizionerà fin dalle prime battute il tipo di
alleanza che si andrà costruendo e come questa evolverà
verso l'autonomia.
L'affermazione sembra scontata, i primi a sottolineare l'importanza
finanche del primo contatto telefonico sono stati i sistemici, che al
riguardo hanno sottolineato una serie di procedure di osservazione e,
in alcuni casi, di iniziale intervento.
Che il primo contatto rivesta importanza, è sottolineato anche
da Berne (Berne, 1966,1972 ) quando raccomanda di astenerci da
calorose strette di mano al primo incontro, rinviando espressioni
più palesi della nostra empatia a quando avremo sufficienti
dati per poter valutare quale sarà l'impatto sul nostro
cliente e, aggiungo io, sulla relazione che vogliamo favorire.
Ci sarà tempo per essere delle "brave persone", imparare ad
essere "cinici" (Berne, 1966 ) può essere un punto importante
del nostro addestramento, attraverso un caso clinico proverò a
chiarire quello che penso.
Appunti da un caso
clinico
Fulvo (*nome convenzionale) arriva al mio studio dopo aver già
fatto una lunga Analisi, è un collega ed il percorso personale
ha fatto parte per ben 4 anni del suo lavoro formativo.
Nel contatto telefonico mi aveva lasciato intendere che la richiesta
era prevalentemente professionale, ma, arrivato al mio studio, in
pochi istanti mi rivela la sua sofferenza che di professionale ha
solo il fatto che è onnipresente, quindi si manifesta anche
nel suo lavoro.
Fulvo si dibatte fra idealizzazioni e demolizioni dei suoi miti in un
vissuto di accerchiamento sempre più stretto.
Dedico la seduta a raccogliere elementi informativi e, come
suggerisce Berne, a dare un saggio di quello che sarà il modo
di procedere.
Ovvero faccio degli interventi che mi consentano di mostrare
chiaramente e praticamente come io lavorerò con lui nel corso
del nostro lavoro, al contempo chiarisco il contratto professionale
(Berne, 1966), ovvero di cosa ci occuperemo e verso cosa metteremo
energie.
Questo significa che il mio interesse e le mie energie sono
prevalentemente tese ad individuare quali sono le parti attive nella
vita di Fulvo e mi riferisco sia alle parti evidenti che quelle
sottese, qual'è il ritorno reale dalla vita che conduce
(Gaudieri, 1996; 1998), come gli altri aderiscono alle sue
aspettative e come si discostano.
Nello svolgere questo lavoro mettiamo insieme una mole enorme di dati
che mi fanno ritenere la seduta decisamente produttiva, di seguito
cito i principali :
Finita la seduta ci salutiamo, io sono
decisamente soddisfatto di quanto abbiamo fatto e riflettendo mi dico
che i 4 anni già fatti da Fulvo sono sicuramente un'ottima
base, insomma riponendo la cartella con gli appunti penso che il
lavoro potrà sicuramente evolvere in tempi molto rapidi verso
un chiaro contratto Psicologico (Berne, 1966), ovvero quello che ci
daremo il tempo di costruire nel corso del nostro lavoro, e quindi
svolgere i necessari passi ridecisivi.
Sono leggermente perplesso per l'espressione mogia con cui si
è congedato, ma ripongo in un angolo della mente questa
osservazione e passo a fare altro.
La mia perplessità troverà senso la settimana
successiva.
All'orario convenuto Fulvo si presenta all'appuntamento e la prima
cosa che mi dice è "Šsono molto deluso Šfaccio diversi
chilometri per venire qui (Fulvo è di un'altra città)
Šmi aspettavo qualcosa di piùŠ"
Sono abituato a questo genere di attacchi, spesso mi vengono
proferiti e sono parte integrante di un transfert negativo (Moiso,
1983; Racker, 1968) che deve esprimersi per poter essere
analizzato.
Questa volta, però, le componenti idealizzanti sono confuse
con aspettative che hanno un senso oggettivo e non possono essere
facilmente ricondotte all'analisi della relazione transferale.
Vediamo insieme quali sono le componenti oggettive:
Fulvo è deluso del fatto che nella precedente seduta l'ho
fatto andare via senza occuparmi di proporgli un lavoro a carattere
emotivo (per dirla in gergo scherzoso una bella gestaltina) che gli
consentisse di "aggiustare" i suoi vissuti, d'altra parte la sua
esperienza lo ha portato, nei 4 anni precedenti, a lavorare
costantemente con un contratto o accordo di seduta (Goulding M. e R.,
1979; Woolamw e Brown, 1978).
E qua cominciano i guai.
L'"accordo" di
seduta
L'accordo di seduta merita una breve riflessione perchè ci
riporta al legame fra il nostro "setting" e l'urgenza
cheŠ l'Analista Transazionale decida
fin dall'inizio quali sono gli obiettivi di massima che vuole
raggiungere con il suo interventoŠ
Molto spesso il contratto o accordo
di seduta (come d'ora in poi lo chiamerò) risulta il modo con
cui nel nostro Setting facciamo rientrare dalla finestra il "lavoro
all'impronta", lavoro che, con la nostra pretesa di fare "lavoro
strategico", abbiamo da tempo cacciato dalla porta principale.
Vediamo meglio cosa mi motiva a questa affermazione provocatoria.
Per "accordo" di seduta molti autori e colleghi intendono la pratica
di lavorare in ogni seduta come se fosse un incontro unico, in cui
bisogna, "frettolosamente"
commento io, individuare un problema o richiesta o conflitto,
proporsi una meta, effettuare un cambiamento.
Questo tipo di pratica tende, per sua natura, a lavorare su singole
questioni ed utilizzare convinzioni ed emozioni collegate per
costruire rapidi ponti regressivi che portano di volta in volta a
risperimentare epoche e momenti dell'infanzia e/o della vita del
paziente.
L'implicito accordo fra paziente e Analista è che ogni seduta
porti un poco di "ristoro", e non é previsto che si esca
dall'incontro frustrati, tristi, riflessivi, pensierosi, insomma con
un problema in piùŠ
In Analisi Transazionale questo atteggiamento si traduce in una sorta
di cascata Ridecisionale, ovvero una continua ricerca di elastici,
espressioni emotive che permettano una regressione nel B e quindi una
Ridecisione a partire da quest'ultimo; nella Gestalt diventa un
susseguirsi di lavori con la sedia calda o comunque di amplificazione
dei vissuti; in bioenergetica l'atteggiamento lo si rintraccia nei
lavori corporei "a crudo", ovvero nella pratica di proporre lavori
corporei ad alto impatto emotivo e catartico da cui poi
discenderà (?) la consapevolezza.
Sicuramente la Ridecisione attraverso il lavoro regressivo rimane un
capisaldo dell'Analisi Transazionale, ma questo intervento è
tanto più potente quanto più è preceduto e
accompagnato da un costante lavoro di riconoscimento
(decontaminazione) di modalità arcaiche nella vita presente, e
questa pratica è antagonista della coazione a terminare ogni
incontro con un punto esclamativo viceversa è necessario che
"molti" incontri finiscano con punti interrogativi.
La consuetudine all'accordo di seduta è certamente
rassicurante sia per il paziente che per l'Analista.
Il paziente utilizza ogni seduta, come abbiamo già visto, come
luogo di ristoro, e sicuramente il sè sofferente ha
necessità anche di questo per poter andare avanti e disporsi
alle esigenze della vita; la consapevolezza dell'utilità del
ristoro deve essere sempre presente nel nostro lavoro,
particolarmente se rifiutiamo le scorciatoie dell'accordo di
seduta.
L'Analista dal suo canto ha anche lui dei vantaggi importanti
dall'accordo di seduta; nello svolgimento di un lavoro altamente
logorante soddisfa l'esigenza di vedere risultati tangibili in tempo
reale (appunto all'impronta), e di ricevere un rinforzo alla propria
esigenza di potenza.
L'esigenza di avere rassicurazione reciproca dal lavoro che stiamo
svolgendo non va, a mio giudizio, vista come una faccenda scandalosa.
Il nostro lavoro ci espone a continue frustrazioni e l'esigenza di
vedere in tempo ragionevole il prodotto del nostro lavoro può
spingere verso il lavoro all'impronta tanti Analisti Transazionali
che pur continuano ad aderire ad una filosofia di terapia
strategica.
La deriva verso il lavoro all'impronta può portare a concepire
la strategia unicamente come piano diagnostico più che
procedurale.
Cosa intendo per piano diagnostico più che procedurale?
Confinare l'atteggiamento strategico al piano diagnostico significa
che la "strategia" diventa un qualcosa che vive nella mente
dell'Analista, ovvero l'Analista pensa in termini di sistema ricatto,
alfabetizzazione degli affetti, giochi, copione, ecc. ma questo
atteggiamento strategico non fa parte del contratto bilaterale,
ovverossia dell'ambito condiviso con il paziente.
I rischi di questo tipo di intervento è che il paziente non
acquisisce un approccio strategico verso i suoi problemi ed al posto
di indirizzare le sue energie verso la comprensione del funzionamento
della sua mente, si indirizza nella ricerca di modalità
specifiche per affrontare singole situazioni.
Fulvo tra lavoro
all'impronta e lavoro strategico.
Tornando dopo questa riflessione su lavoro all'Impronta e lavoro
Strategico alla situazione di Fulvo, possiamo constatare che i
fenomeni espressi dal paziente sono suscettibili di varie letture e
considerazioni che coinvolgono l'agito di comportamenti passivi, la
ricerca di relazioni simbiotiche, l'attivazione di sentimenti
'parassiti' e di sentimenti 'ricatto', sono queste tutte
considerazioni che coinvolgono il livello diagnostico dell'approccio
Strategico e in quanto tali le mettiamo da parte.
Leggiamo la situazione solo dal punto di vista del livello
procedurale dell'approccio all'impronta viceversa dell'approccio
strategico.
Fulvo in seconda seduta mi ha espresso tutta la sua frustrazione e la
sua rabbia collegata sia alla sua organizzazione interna ma,
certamente, collegata anche alla delusione di non aver ricevuto da me
e dalla seduta indicazioni utili ad intervenire immediatamente nella
sua situazione.
In pratica, dopo 4 anni di esperienze all'impronta, la sua richiesta
è di continuare a lavorare nello stesso modo.
Nel caso di Fulvo quest'eventualità si rivelerà un
punto forte, una leva con cui scardinare la sua problematica ed
indirizzare il lavoro su come anche nella relazione transferale
concepisce, indirizza ed accetta i legami.
La situazione di Fulvo è da questo punto di vista, a ricalco,
secondo me, con quella della maggioranza dei clienti( della
totalità dei pazienti riferendomi alla mia esperienza
personale), ed ovvero che spesso vengono da noi chiedendoci un
implicito aiuto a continuare a fare le stesse cose "senza
soffrire".
Per ottenere questo, o qualcosa di molto simile, spesso ci avvaliamo
appunto di tecniche, interventi che suscitano un sollievo rapido alla
sofferenza del nostro cliente (intimamente mi chiedo "ma
perchè non gli psicofarmaci?" (Gaudieri, 1998).
Il segnale d'allarme del
lavoro all'impronta
In diversi casi il lavoro da me definito all'impronta si rivela
nettamente insufficiente e un segnale chiaro di quest'insufficienza
lo abbiamo almeno da due fattori:
Ovvero quando il vissuto ed i comportamenti
ci segnalano l'assenza di quella parte osservante che è
consapevole della molteplicità dei bisogni personali nel dato
momento, e che ci sono più Stati dell'Io (comunque
identificati e nominalizzati dal nostro cliente) in quel momento che
agiscono con un p.s.c., (pensieri, stati d'animo e comportamenti) che
premono per venire alla ribalta ciascuno con i propri bisogni spesso
"inconciliabili" tra loro.
L'assenza di questa semplice
consapevolezza ci informa che il lavoro all'impronta non va bene e
che il lavoro che noi stiamo facendo lo possiamo classificare
(nonostante ci torca il naso chiamarlo così) lavoro
all'impronta.
E' il momento di riprendere un approccio strategico anche
nell'atteggiamento procedurale (setting).
In questi casi, appunto, un'alfabetizzazione affettiva, una
riappropriazione del proprio mondo interno non può avvenire
senza l'impatto con la frustrazione, senza risperimentare i vissuti
dei diversi Stati dell'Io in una relazione protetta.
Affinché il nostro cliente possa accettare questo percorso
(che ritengo sia quello che più di ogni altro allo stato
attuale favorisca il benessere e l'autonomia) è necessario che
condivida con noi la visione strategica del suo lavoro, il
progetto.
La stessa cosa può essere affermata più semplicemente
nel seguente modo: se vado da qualcuno con lo scopo di essere aiutato
a raggiungere il benessere mi aspetto che questo qualcuno (che
peraltro pago) si dia da fare per questo obiettivo, se l'esito degli
incontri non è sempre quello da me auspicato (ovvero che vado
via con sensazioni piacevoli) per poter accettare le frustrazioni
devo conoscere il progetto ed il piano di lavoro.
La condivisione di questo progetto e l'identificazione in questo
progetto è quello che io chiamo "il piano strategico
procedurale".
L'alternativa è avviare un lavoro iniziatico, ma preferisco
lasciare questo compito ai guru ed ai religiosi.
All'inizio di questo paragrafo ho affermato che "in diversi casi
è da preferire l'approccio procedurale strategico a quello
all'impronta", non discuterò in questa sede in quali casi sia
da preferire un approccio all'altro, uno perchè nella mia
esperienza si è rivelato sempre utile l'intervento procedurale
strategico fin dal primo momento, due perchè al di là
del mio stile personale sicuramente la discussione circa in quali
casi è utile fare una scelta ci porterebbe ad una riflessione
circa il piano diagnostico e di trattamento che esula da questo
intervento.
Setting e
transfert
Vediamo, quindi, rispetto al setting le conseguenze di queste
premesse.
L'Analista dovrà porre molta attenzione nella facilitazione
dell'espressione del transfert, in quanto questo fenomeno (il
transfert) sarà il filo conduttore di questo progetto.
Procediamo con qualche precisazione che ci aiuterà a
comprendere meglio le implicazioni relative al setting.
La prima precisazione che riguarda il transfert, e che si riferisce
al setting, è che il transfert, in qualunque forma avvenga,
è sempre presente in tutte le situazioni (Berne, 1972).
L'autoconsapevolezza del nostro mondo interno non è quindi un
antidoto ad un fenomeno naturale (il transfert), ma semplicemente ne
riduce il manifestarsi, ovvero ci consente di "trasferire" di
meno.
Uno dei capisaldi dell'AT come psichiatria e psicologia sociale
è proprio la constatazione del transfert come fenomeno sociale
diffuso, viceversa che non si limita alla stanza di terapia.
Questa considerazione ne fa discendere altre conseguenziali.
La prima conseguenza, lapalissiana, è che il transfert si
attiva fin dagli albori del nostro contatto con il nostro cliente,
già quando bussa alla nostra porta, o prima al momento che ci
ha telefonato, o, andando indietro, quando ha pensato di telefonare,
ecc.Š
La seconda considerazione conseguenziale è che il nostro
intervento non ha alcun potere di "avorire" il transfert ma,
semplicemente, di influenzare che tipo di transfert è
consentito nella stanza di terapia.
e' mia salda opinione che vada favorito ogni tipo di transfert e non,
appunto, unicamente il transfert di tipo positivo, e questo anche
quando il nostro bisogno di gratificazioni (attraverso il lavoro) ci
potrebbe suggerire diversamente.
E' evidente che aiutare le persone ad uscire in qualche modo
rassicurate dalla nostra stanza ci fa percepire come delle brave
persone, affettuose, accoglienti, questa autopercezione è
sicuramente gratificante per l'Analista ma ha il difetto di favorire
un transfert positivo, ovvero di indicare implicitamente che il
transfert positivo è quello legittimo; ed i sentimenti, i
vissuti, le convinzioni e decisioni collegate al transfert negativo
che fine fanno?
Per poter accogliere la persona nella sua totalità ed aiutarla
a conoscere e rigovernare il funzionamento della sua mente è
necessario favorire fin dal primo istante ogni tipo di transfert,
positivo o negativo (distruttivo o costruttivo, aggressivo o
cooperativo, innamorato o distaccato, ecc.), la cautela che dobbiamo
avere è che favorendo l'espressione del transfert +/- dobbiamo
attivare quelle procedure che lo rendano analizzabile.
Analizzabilità del
transfert e neutralità
Per poter parlare dell'analizzabilità del transfert dobbiamo
riprendere la riflessione circa la "neutralità" che si
ponevano già gli Psicanalisti Freudiani fin dagli anni '50 a
partire da Glover (Glover, 1928; Genovesi, 1988).
La "neutralità" dell'analista, così come oggi è
intesa nell'ambiente psicoanalitico, è figlia dell'esigenza di
creare uno "spazio" in cui il transfert +/- sia analizzabile.
L'errore in cui sono incorsi gli Psicanalisti è stato quello
di confondere "neutralità" con "estraneità", ovvero di
pretendere di rimanere fuori dalla relazione con il proprio cliente
non manifestandosi come persone (la funzione "specchio").
L'errore che possiamo correre noi è quello di entrare nella
relazione "soddisfacendo" il nostro bisogno di gratificazione, anche
quando questo contrasta con le esigenze del nostro cliente.
Creare uno "spazio" in cui il transfert +/- sia analizzabile rimane
la sfida di chi si occupa del mondo intrapsichico delle persone.
L'esigenza di creare uno "spazio" relazionale in cui sia analizzabile
il transfert è quindi l'assioma del Setting, rifuggendo dalla
semplificazione che questo "spazio" non vada costruito in quanto
è sufficiente la capacità analitica per determinare
l'analizzabilità del Transfert. La semplificazione circa
l'inutilità dello "spazio" (setting) in cui analizzare il
transfert ci riconduce alla deviazione di una relazione iniziatica,
in cui è il "carisma" dell'Analista a determinare la
neutralità (ed il contratto bilaterale ? La meta
dell'autonomia ?...) ed in qualche modo ci riconduce
all'estraneità.
E' sempre in questa chiave che condivido l'affermazione di Berne
circa l'illegittimità di toccare i clienti (accarezzarli,
abbracciarli), pur essendo consapevole di quanto la comunità
Analitico Transazionale sia mutata rispetto agli eccessi che Berne
criticava, d'altra parte se favoriamo una relazione sincera,
spontanea, autonoma con i nostri clienti trovo decisamente poco
credibile questa nostra capacità di traboccare "amore" fino al
punto di riversarlo nella relazione terapeutica quale strumento della
cura.
Un proverbio dice: "Gli strumenti fanno il mestiere"; anche noi
abbiamo necessità di strumenti uno degli strumenti cardine
è quello della neutralità intesa come relazione
neutrale (leggi analizzabilità del transfert).
Quale neutralità
nella relazione?
Il primo intervento ovvio e largamente condiviso è quello
dell'opportunità di costituire due chiari confini, quello con
l'esterno e quello con l'interno.
Il confine con l'esterno si occupa dell'arginare le distrazioni alla
relazione terapeutica provenienti appunto dall'ambiente esterno, per
facilitare questa situazione Berne pone l'accento finanche
sull'ambiente materiale sottolineando che "ŠIl luogo d'incontro
dovrebbe essere scelto con una certa attenzione per ridurre al minimo
i disturbi dall'esternoŠ" (Berne,1966.Pag.16 Tr.it.). Un'altra
operazione decisamente più determinante è nello
spostare il lavoro analitico il più possibile sul "qui ed ora"
al posto che il "lì ed allora".
Il confine con l'interno rappresenta il confine tra gli analizzandi e
l'analista, e questo confine è decisamente più
difficile da determinare, ha a che vedere con la costituzione di uno
spazio relazionale analizzabile. Poiché non riteniamo
percorribile dall'Analista Transazionale la determinazione di questo
spazio attraverso la "funzione specchio" rimane aperto il problema di
quale spazio favorire. Le scienze sociali ci dicono che, "anche in
qualità di osservatori", influenziamo e quindi interveniamo
sul campo osservato, pertanto ciò che ne consegue non è
la domanda se possiamo rimanere estranei ad un campo oggetto di
osservazione ma viceversa come siamo presenti al campo di
osservazione, ovvero come siamo presenti nella relazione.
Il corollario che ne discende è che una possibile
neutralità che possiamo concepire è determinata dalla
consapevolezza di come noi siamo presenti nella relazione.
L'ulteriore considerazione è quindi che dobbiamo entrare nella
relazione e dobbiamo entrarci cautamente; Berne suggeriva di non
stringere la mano al nostro cliente al momento dell'inizio
dell'incontro casomai, dopo, a fine seduta avremo motivo di
stringergliela più seriamente, quello di Berne è un
suggerimento a carattere metaforico, ma vediamo meglio attraverso un
caso clinico cosa può implicare e qual'è
l'utilità di entrare nella relazione ed entrarci in punta di
piedi.
Rosaspina: ovvero avanti
adagio!
Rosaspina, che qui riassumo brevemente, è una persona venuta
da me dopo duetentativi di Analisi e, poiché al momento sta
continuando il suo lavoro in modo proficuo, mi auguro di essere anche
il suo ultimo tentativo.
Il primo analista era un buon papà, uno di quelli che aiuta a
tornare a casa tranquilli, sereni, sazi dell'essere capiti, accolti,
rassicurati e consigliati. Rosaspina stava molto bene nella stanza di
terapia, molto soddisfatta, ma continuava ad innamorarsi follemente
delle persone, diventando invasiva, persecutoria.
Durante l'ora di terapia trovava il sostegno ed il ristoro, per poi
tornare a casa e disturbare le persone a tutte le ore del giorno e
della notte con le sue telefonate, "attaccandosi" disperatamente a
chiunque mostrasse un minimo interesse per lei, insomma, ad agire, il
suo disturbo di personalità istrionico versante psicotico, con
qualunque malcapitato si offrisse alle sue attenzioni.
Il secondo terapeuta l'accoglie cordialmente con un grande sorriso,
subito conviviale e confidenziale, d'altra parte stimolare un clima
caldo ed accogliente è fondamentale all'avvio di esperienze
gestaltiche di varia natura; Rosaspina salta il fosso e si innamora,
in prima seduta, ...dell'Analista. Il seguito della loro relazione
"Terapeutica" è stata un susseguirsi di inseguimenti e fughe,
Rosaspina nei panni della cacciatrice (attraverso telefonate
continue, appostamenti, ecc.) e l'Analista nella scomoda veste della
lepre (attraverso evitamenti, il negarsi al telefono, tentativi di
aggirare gli appostamenti, ecc.).
Quando Rosaspina arriva da me la sua richiesta è alquanto
singolare, mi chiede conforto per la tristezza relativa alla perdita
del primo Analista, e consolazione e sostegno contro il secondo che,
"cattivo", la rifiuta.
Facciamo la nostra seduta ed alla fine dell'incontro (Rosaspina da
buona istrionica non ha aspettato come Fulvo il secondo incontro per
esternare le sue proteste) mi apostrofa dicendo "ŠMa Šio non so se
tornerò alla seconda seduta, ma lo sa che sono passati quasi
50 minuti e lei mi dà ancora del lei? Non posso lavorare con
una persona così fredda..." "Beh, si, - le rispondo - per
quale motivo dovrei darle del tu o rivolgermi a lei in maniera
diversa?"
Tralascio il resto del dialogo che ha avuto come oggetto proprio
quest'ultima domanda, ovvero perchè si aspetta da me un
atteggiamento più "caldo" e che senso ha nella sua vita, in
quanto sconfineremmo in aspetti attinenti con il contratto, e
dedichiamo un poco di tempo alla valutazione di questo mio
atteggiamento all'accoglienza.
Per alcuni colleghi può risultare strano un atteggiamento
così distaccato al primo incontro, ed in contrasto sia con il
mio modo abituale di propormi che con quello che normalmente ci si
aspetta al fine di favorire un clima confidenziale; questa
modalità ben rappresenta ciò che ho anticipato nelle
premesse ed ovvero, parafrasando Berne (Berne, 1966), che è
utile mantenere un atteggiamento cinico, un poco Caino (come
scherzosamente commentano talvolta alcuni clienti) per gran parte del
lavoro, finché non ci siano motivi per non essere "Caini",
cinici.
Questa modalità mi consente di presentarmi nella relazione un
poco alla volta, e questo presentarmi cautamente, un poco alla volta,
mi consente due cose:
A) Posso essere pienamente me stesso quando mi espongo
B) Esponendomi gradatamente favorisco un contesto relazionale analizzabile sia da me che dal mio cliente.
Esponendomi troppo e repentinamente
rischierei una relazione confusa e non analizzabile, viceversa
mostrando un "atteggiamento" terapeutico, ovvero qualcosa che vivo ed
agisco unicamente nella mia funzione di Analista rimarrei estraneo ed
impotente al fluire dei sentimenti del mio cliente favorendo un
Transfert idealizzato.
Tornando a Rosaspina fin dal primo momento l'ho sottoposta alla
fatica di dover accettare che la nostra relazione è uno spazio
di lavoro, questo non è molto consolatorio né
ristoratore ma è sicuramente potente ed efficace.
Cinici
sempre?
Ma se all'inizio sono "Caino", per poi
aprirmi gradualmente una domanda che ne discende è: una volta
che la relazione terapeutica procede che fine fa l'atteggiamento
cinico? L'empatia cederà il passo alla compassione? La
relazione umana che ruolo avrà?
Cercherò di rispondere a questi quesiti attraverso un caso
clinico.
Frullino ovvero vale
più un buon amico o un buon analista?
Frullino è arrivato da me con un disturbo di
personalità schizofreniforme con grandi resistenze al
cambiamento, pur essendo collaborativo e pur dichiarando e
visivamente mostrando un sollievo dal suo partecipare al programma di
trattamento (prima individuale e poi di gruppo), i suoi sintomi
raramente recedevano; nonostante l'enorme quantità di lavori
regressivi, ridecisionali conservava praticamente inalterati i suoi
deliri.
Con il tempo Frullino è diventato noto a tutta la piccola
comunità dei miei clienti per le sue "Gestaltine" e le sue
regressioni ormai mitiche, ogni tanto diventava un bel poppantone,
che si andava dinoccolando, dando e ricevendo un sacco di carezze da
me e dal gruppo, o i suoi lavori sulla rabbia, coinvolgenti e
commoventi da cui riemergeva sereno e contento, pronto ad un nuovo
scambio di coccole.
Un pò tutti erano debitori con Frullino i cui lavori avevano
facilitato costantemente i lavori a carattere emotivo degli altri e
la sua partecipazione alle maratone era sempre ben vista anche
perchè nel tempo F. aveva elaborato un'originale fenomeno: nel
tempo era diventato una persona ragionevole, carezzevole comunque
gradevole durante la terapia (sia durante gli incontri settimanali
ordinari che le maratone) per poi tornare ad essere il "matto" di
sempre fuori, a casa, nel suo ambiente di riferimento.
Ovviamente questo fenomeno era ben visto dai compagni di gruppo ma
non ha alcun senso dal punto di vista del contratto professionale che
vincola me e Frullino. Il mio compito è aiutare Frullino ad
essere una persona autonoma ed integrata nel suo ambiente, il gruppo
è lo strumento di lavoro e non può e non deve diventare
un rifugio.
La necessità di fornire un ambiente protettivo ai nostri
clienti non può essere confusa con l'opportunità di
fornire un ambiente "tana"!!!
Questa riflessione ha preso corpo attraverso la seguente domanda: "Se
Frullino viene al gruppo e continua a trovare gratificazione e
soddisfazione da una situazione calda e confortevole quando
avrà voglia di misurarsi con le difficoltà che ci sono
fuori la porta dello studio?"
L'impasse così descritta ha avuto soluzione durante una
maratona residenziale a Positano.
Durante il lavoro Frullino rivive una regressione, peraltro
ripetitiva, al termine della quale si aspetta la solita reazione
carezzevole mia e del gruppo. In questa occasione ho però
deciso di agire il "Caino" (che ritengo utile adottare per il
benessere dei nostri pazienti), non l'ho toccato, né gli ho
espresso parole di conforto, limitandomi a confrontarlo circa quello
che stava accadendo (una aspettativa seduttiva e passiva di carezze)
ed il contenuto del nostro contratto (la meta di imparare a chiedere
apertamente accettando il rischio implicito nell'esporsi
all'intimità).
Il risultato stupefacente è stato che Frullino ha trovato
l'energia per riemergere dalla regressione, carico di rabbia ma
chiaro circa le sue aspettative ed il rischio esistenziale insito
nell'agire apertamente i suoi bisogni.
Successivamente gli effetti del lavoro di maratona si sono visti
nella stanza di terapia, dove Frullino ha iniziato ad agire la sua
"pazzia" mettendoci in condizione di confrontarlo ed aiutarlo a
ricongiungersi con la complessità del suo mondo emotivo e
riappropriarsi della capacità di dare espressione adeguata ai
suoi sentimenti, e contemporaneamente ha raggiunto un soddisfacente
controllo sociale nella sua vita extra-analitica.
E' questo un risultato ragionevole, non ha senso che il nostro
paziente continui a vivere male la sua vita esterna, mentre si
gratifica dell'appartenenza al gruppo di terapia; nel caso di
Frullino l'elaborazione puntuale dei contenuti del suo Transfert +/-,
ora accessibili in quanto espressi, gli ha consentito di portare a
conclusione la sua analisi soddisfacentemente.
Con questa breve sintesi della storia di Frullino credo di avere
sufficientemente risposto alle ultime domande che avevo posto (una
volta che la relazione terapeutica procede che fine fa
l'atteggiamento cinico? L'empatia cederà il passo alla
compassione? La relazione umana che ruolo avrà?), l'obiettivo
che costantemente orienterà il mio lavoro è curare le
persone e non viceversa essere una brava persona, per poterli curare
in molti casi avrò bisogno di sporcarmi le mani, perchè
le persone hanno sentimenti "puliti" e sentimenti "sporchi", è
necessario che io crei costantemente l'ambiente utile a far emergere
i sentimenti delle persone (non quelli "puliti") ed a trattarli;
d'altra parte la gente può anche venire da me perchè
non ha amici, e può capitare che in me veda un "amico" comodo,
ma il contratto che ci vincola è sempre quello di aiutarlo a
recuperare gli strumenti per farsi amici piuttosto che fornirgliene
qualcuno, per soddisfare questo contratto i nostri clienti hanno
bisogno di un meccanico della mente (Berne, 1971) e questo solo in
alcuni momenti coincide con l'essere "brave" persone, per il resto il
nostro compito è elaborare una strategia ed un piano di
trattamento, che abbia la forma di un programma da condividere con i
nostri clienti, agito all'interno di una relazione che sia
analizzabile e che funga da cornice del mondo emotivo (+/-) del
nostro cliente, allo scopo di aiutarlo a riappropriarsi del proprio
mondo intrapsichico e praticare delle valide esperienze alternative
al suo vecchio modello.
Ecco, questi credo che siano i nostri obiettivi.
Riassumo il tutto con una frase di
Berne (Berne, 1971) che chiaramente esprime questi principi:
".. Personalmente mi ritengo un meccanico della mente, tutto qui! Se
qualcuno viene da me con le rotelle fuori posto, io gli dico Ok,
proviamo a metterle a posto, quello che succede fuori dalla tua
testa, appartiene ad un campo diverso dal mio, potrebbe anche essere
interessante occuparsene ma, non credo che questo sia il mio compito
principale. Se anche voi avete intenzione di fare questo, allora la
prima cosa che dovete imparare è la psicoterapia pura e
semplice. In altre parole c'è un paziente seduto su una sedia
e voi su un'ltra, non ci sono trucchi né altri aggeggi, ci
sono solo due persone e due sedie come comfort, alcuni non usano
neanche le sedie, 'non è vero io uso le poltrone ma ho
eliminato divanetti, cose, altri comfort analoghi, 'Così il
vero problema dello psicoterapeuta è cosa faccio in una stanza
con una persona chiamata paziente se io mi chiamo terapeuta?
Assolutamente niente trucchi, niente appunti, niente registrazioni,
niente musica, niente! Questo bisogna imparare per fare psicoterapia,
una volta imparato questo e diventati esperti, allora, potrete
aggiungere qualche ammennicolo ma, secondo me, l'introduzione di
trucchetti ed ammennicoli può significare che il terapeuta non
sa quello che sta facendo! ...".
Bibliografia
Massimo
Gaudieri,
Psicologo,
Psicoterapeuta, Analista Transazionale Didatta, Presidente A.I.A.T,
Direttore responsabile della Rivista "Neopsiche" e della Rivista "
Psicologia e Salute", Direttore CE.P.A.T. snc.
Vive e lavora a Napoli, per informazioni e richieste tel. e Fax 081
5562920, cepat@analisitransazionale.it.