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Sommario
Indice Cronologico della Rivista Neopsiche
Indice di Neopsiche N° 24

Parliamo di soldi...?
Massimo Gaudieri

Aspetti preliminari

Parlando del setting immediatamente la mente va a quell'insieme di regole che compongono il contratto amministrativo, quanto è lecito farsi pagare?
Quanto deve durare la seduta?
Come ci si comporta in caso di assenza e/o mancato pagamento?
Quale arredo per lo studio? ecc.
Sono questioni importanti e rappresentano la cornice in cui si svolge il nostro lavoro e nel corso del mio intervento ci farò riferimento, ritengo però utile dare una definizione preliminare degli aspetti del Setting che mi interessa discutere in questa sede.
Sicuramente in questo intervento mi occuperò del Setting dal punto di vista relazionale, ovvero le regole che dovranno orientare le relazioni fra due estraneiŠ molto intimi!


Quale scena voglio preparare?

Ritengo utile che l'Analista Transazionale decida fin dall'inizio quali sono gli obiettivi di massima che vuole raggiungere con il suo intervento e ne discuta francamente con il suo cliente, in quanto questo condizionerà fin dalle prime battute il tipo di alleanza che si andrà costruendo e come questa evolverà verso l'autonomia.
L'affermazione sembra scontata, i primi a sottolineare l'importanza finanche del primo contatto telefonico sono stati i sistemici, che al riguardo hanno sottolineato una serie di procedure di osservazione e, in alcuni casi, di iniziale intervento.
Che il primo contatto rivesta importanza, è sottolineato anche da Berne (Berne, 1966,1972 ) quando raccomanda di astenerci da calorose strette di mano al primo incontro, rinviando espressioni più palesi della nostra empatia a quando avremo sufficienti dati per poter valutare quale sarà l'impatto sul nostro cliente e, aggiungo io, sulla relazione che vogliamo favorire.
Ci sarà tempo per essere delle "brave persone", imparare ad essere "cinici" (Berne, 1966 ) può essere un punto importante del nostro addestramento, attraverso un caso clinico proverò a chiarire quello che penso.

Appunti da un caso clinico

Fulvo (*nome convenzionale) arriva al mio studio dopo aver già fatto una lunga Analisi, è un collega ed il percorso personale ha fatto parte per ben 4 anni del suo lavoro formativo.
Nel contatto telefonico mi aveva lasciato intendere che la richiesta era prevalentemente professionale, ma, arrivato al mio studio, in pochi istanti mi rivela la sua sofferenza che di professionale ha solo il fatto che è onnipresente, quindi si manifesta anche nel suo lavoro.
Fulvo si dibatte fra idealizzazioni e demolizioni dei suoi miti in un vissuto di accerchiamento sempre più stretto.
Dedico la seduta a raccogliere elementi informativi e, come suggerisce Berne, a dare un saggio di quello che sarà il modo di procedere.
Ovvero faccio degli interventi che mi consentano di mostrare chiaramente e praticamente come io lavorerò con lui nel corso del nostro lavoro, al contempo chiarisco il contratto professionale (Berne, 1966), ovvero di cosa ci occuperemo e verso cosa metteremo energie.
Questo significa che il mio interesse e le mie energie sono prevalentemente tese ad individuare quali sono le parti attive nella vita di Fulvo e mi riferisco sia alle parti evidenti che quelle sottese, qual'è il ritorno reale dalla vita che conduce (Gaudieri, 1996; 1998), come gli altri aderiscono alle sue aspettative e come si discostano.
Nello svolgere questo lavoro mettiamo insieme una mole enorme di dati che mi fanno ritenere la seduta decisamente produttiva, di seguito cito i principali :

Finita la seduta ci salutiamo, io sono decisamente soddisfatto di quanto abbiamo fatto e riflettendo mi dico che i 4 anni già fatti da Fulvo sono sicuramente un'ottima base, insomma riponendo la cartella con gli appunti penso che il lavoro potrà sicuramente evolvere in tempi molto rapidi verso un chiaro contratto Psicologico (Berne, 1966), ovvero quello che ci daremo il tempo di costruire nel corso del nostro lavoro, e quindi svolgere i necessari passi ridecisivi.
Sono leggermente perplesso per l'espressione mogia con cui si è congedato, ma ripongo in un angolo della mente questa osservazione e passo a fare altro.
La mia perplessità troverà senso la settimana successiva.
All'orario convenuto Fulvo si presenta all'appuntamento e la prima cosa che mi dice è "Šsono molto deluso Šfaccio diversi chilometri per venire qui (Fulvo è di un'altra città) Šmi aspettavo qualcosa di piùŠ"
Sono abituato a questo genere di attacchi, spesso mi vengono proferiti e sono parte integrante di un transfert negativo (Moiso, 1983; Racker, 1968) che deve esprimersi per poter essere analizzato.
Questa volta, però, le componenti idealizzanti sono confuse con aspettative che hanno un senso oggettivo e non possono essere facilmente ricondotte all'analisi della relazione transferale.
Vediamo insieme quali sono le componenti oggettive:
Fulvo è deluso del fatto che nella precedente seduta l'ho fatto andare via senza occuparmi di proporgli un lavoro a carattere emotivo (per dirla in gergo scherzoso una bella gestaltina) che gli consentisse di "aggiustare" i suoi vissuti, d'altra parte la sua esperienza lo ha portato, nei 4 anni precedenti, a lavorare costantemente con un contratto o accordo di seduta (Goulding M. e R., 1979; Woolamw e Brown, 1978).
E qua cominciano i guai.

L'"accordo" di seduta

L'accordo di seduta merita una breve riflessione perchè ci riporta al legame fra il nostro "setting" e l'urgenza cheŠ
l'Analista Transazionale decida fin dall'inizio quali sono gli obiettivi di massima che vuole raggiungere con il suo interventoŠ
Molto spesso il contratto o accordo di seduta (come d'ora in poi lo chiamerò) risulta il modo con cui nel nostro Setting facciamo rientrare dalla finestra il "lavoro all'impronta", lavoro che, con la nostra pretesa di fare "lavoro strategico", abbiamo da tempo cacciato dalla porta principale.
Vediamo meglio cosa mi motiva a questa affermazione provocatoria.
Per "accordo" di seduta molti autori e colleghi intendono la pratica di lavorare in ogni seduta come se fosse un incontro unico, in cui bisogna, "
frettolosamente" commento io, individuare un problema o richiesta o conflitto, proporsi una meta, effettuare un cambiamento.
Questo tipo di pratica tende, per sua natura, a lavorare su singole questioni ed utilizzare convinzioni ed emozioni collegate per costruire rapidi ponti regressivi che portano di volta in volta a risperimentare epoche e momenti dell'infanzia e/o della vita del paziente.
L'implicito accordo fra paziente e Analista è che ogni seduta porti un poco di "ristoro", e non é previsto che si esca dall'incontro frustrati, tristi, riflessivi, pensierosi, insomma con un problema in piùŠ
In Analisi Transazionale questo atteggiamento si traduce in una sorta di cascata Ridecisionale, ovvero una continua ricerca di elastici, espressioni emotive che permettano una regressione nel B e quindi una Ridecisione a partire da quest'ultimo; nella Gestalt diventa un susseguirsi di lavori con la sedia calda o comunque di amplificazione dei vissuti; in bioenergetica l'atteggiamento lo si rintraccia nei lavori corporei "a crudo", ovvero nella pratica di proporre lavori corporei ad alto impatto emotivo e catartico da cui poi discenderà (?) la consapevolezza.
Sicuramente la Ridecisione attraverso il lavoro regressivo rimane un capisaldo dell'Analisi Transazionale, ma questo intervento è tanto più potente quanto più è preceduto e accompagnato da un costante lavoro di riconoscimento (decontaminazione) di modalità arcaiche nella vita presente, e questa pratica è antagonista della coazione a terminare ogni incontro con un punto esclamativo viceversa è necessario che "molti" incontri finiscano con punti interrogativi.
La consuetudine all'accordo di seduta è certamente rassicurante sia per il paziente che per l'Analista.
Il paziente utilizza ogni seduta, come abbiamo già visto, come luogo di ristoro, e sicuramente il sè sofferente ha necessità anche di questo per poter andare avanti e disporsi alle esigenze della vita; la consapevolezza dell'utilità del ristoro deve essere sempre presente nel nostro lavoro, particolarmente se rifiutiamo le scorciatoie dell'accordo di seduta.
L'Analista dal suo canto ha anche lui dei vantaggi importanti dall'accordo di seduta; nello svolgimento di un lavoro altamente logorante soddisfa l'esigenza di vedere risultati tangibili in tempo reale (appunto all'impronta), e di ricevere un rinforzo alla propria esigenza di potenza.
L'esigenza di avere rassicurazione reciproca dal lavoro che stiamo svolgendo non va, a mio giudizio, vista come una faccenda scandalosa. Il nostro lavoro ci espone a continue frustrazioni e l'esigenza di vedere in tempo ragionevole il prodotto del nostro lavoro può spingere verso il lavoro all'impronta tanti Analisti Transazionali che pur continuano ad aderire ad una filosofia di terapia strategica.
La deriva verso il lavoro all'impronta può portare a concepire la strategia unicamente come piano diagnostico più che procedurale.
Cosa intendo per piano diagnostico più che procedurale?
Confinare l'atteggiamento strategico al piano diagnostico significa che la "strategia" diventa un qualcosa che vive nella mente dell'Analista, ovvero l'Analista pensa in termini di sistema ricatto, alfabetizzazione degli affetti, giochi, copione, ecc. ma questo atteggiamento strategico non fa parte del contratto bilaterale, ovverossia dell'ambito condiviso con il paziente.
I rischi di questo tipo di intervento è che il paziente non acquisisce un approccio strategico verso i suoi problemi ed al posto di indirizzare le sue energie verso la comprensione del funzionamento della sua mente, si indirizza nella ricerca di modalità specifiche per affrontare singole situazioni.

Fulvo tra lavoro all'impronta e lavoro strategico.

Tornando dopo questa riflessione su lavoro all'Impronta e lavoro Strategico alla situazione di Fulvo, possiamo constatare che i fenomeni espressi dal paziente sono suscettibili di varie letture e considerazioni che coinvolgono l'agito di comportamenti passivi, la ricerca di relazioni simbiotiche, l'attivazione di sentimenti 'parassiti' e di sentimenti 'ricatto', sono queste tutte considerazioni che coinvolgono il livello diagnostico dell'approccio Strategico e in quanto tali le mettiamo da parte.
Leggiamo la situazione solo dal punto di vista del livello procedurale dell'approccio all'impronta viceversa dell'approccio strategico.
Fulvo in seconda seduta mi ha espresso tutta la sua frustrazione e la sua rabbia collegata sia alla sua organizzazione interna ma, certamente, collegata anche alla delusione di non aver ricevuto da me e dalla seduta indicazioni utili ad intervenire immediatamente nella sua situazione.
In pratica, dopo 4 anni di esperienze all'impronta, la sua richiesta è di continuare a lavorare nello stesso modo.
Nel caso di Fulvo quest'eventualità si rivelerà un punto forte, una leva con cui scardinare la sua problematica ed indirizzare il lavoro su come anche nella relazione transferale concepisce, indirizza ed accetta i legami.
La situazione di Fulvo è da questo punto di vista, a ricalco, secondo me, con quella della maggioranza dei clienti( della totalità dei pazienti riferendomi alla mia esperienza personale), ed ovvero che spesso vengono da noi chiedendoci un implicito aiuto a continuare a fare le stesse cose "senza soffrire".
Per ottenere questo, o qualcosa di molto simile, spesso ci avvaliamo appunto di tecniche, interventi che suscitano un sollievo rapido alla sofferenza del nostro cliente (intimamente mi chiedo "ma perchè non gli psicofarmaci?" (Gaudieri, 1998).

Il segnale d'allarme del lavoro all'impronta

In diversi casi il lavoro da me definito all'impronta si rivela nettamente insufficiente e un segnale chiaro di quest'insufficienza lo abbiamo almeno da due fattori:

Ovvero quando il vissuto ed i comportamenti ci segnalano l'assenza di quella parte osservante che è consapevole della molteplicità dei bisogni personali nel dato momento, e che ci sono più Stati dell'Io (comunque identificati e nominalizzati dal nostro cliente) in quel momento che agiscono con un p.s.c., (pensieri, stati d'animo e comportamenti) che premono per venire alla ribalta ciascuno con i propri bisogni spesso "inconciliabili" tra loro.
L'assenza di questa
semplice consapevolezza ci informa che il lavoro all'impronta non va bene e che il lavoro che noi stiamo facendo lo possiamo classificare (nonostante ci torca il naso chiamarlo così) lavoro all'impronta.
E' il momento di riprendere un approccio strategico anche nell'atteggiamento procedurale (setting).
In questi casi, appunto, un'alfabetizzazione affettiva, una riappropriazione del proprio mondo interno non può avvenire senza l'impatto con la frustrazione, senza risperimentare i vissuti dei diversi Stati dell'Io in una relazione protetta.
Affinché il nostro cliente possa accettare questo percorso (che ritengo sia quello che più di ogni altro allo stato attuale favorisca il benessere e l'autonomia) è necessario che condivida con noi la visione strategica del suo lavoro, il progetto.
La stessa cosa può essere affermata più semplicemente nel seguente modo: se vado da qualcuno con lo scopo di essere aiutato a raggiungere il benessere mi aspetto che questo qualcuno (che peraltro pago) si dia da fare per questo obiettivo, se l'esito degli incontri non è sempre quello da me auspicato (ovvero che vado via con sensazioni piacevoli) per poter accettare le frustrazioni devo conoscere il progetto ed il piano di lavoro.
La condivisione di questo progetto e l'identificazione in questo progetto è quello che io chiamo "il piano strategico procedurale".
L'alternativa è avviare un lavoro iniziatico, ma preferisco lasciare questo compito ai guru ed ai religiosi.
All'inizio di questo paragrafo ho affermato che "in diversi casi è da preferire l'approccio procedurale strategico a quello all'impronta", non discuterò in questa sede in quali casi sia da preferire un approccio all'altro, uno perchè nella mia esperienza si è rivelato sempre utile l'intervento procedurale strategico fin dal primo momento, due perchè al di là del mio stile personale sicuramente la discussione circa in quali casi è utile fare una scelta ci porterebbe ad una riflessione circa il piano diagnostico e di trattamento che esula da questo intervento.

Setting e transfert

Vediamo, quindi, rispetto al setting le conseguenze di queste premesse.
L'Analista dovrà porre molta attenzione nella facilitazione dell'espressione del transfert, in quanto questo fenomeno (il transfert) sarà il filo conduttore di questo progetto.
Procediamo con qualche precisazione che ci aiuterà a comprendere meglio le implicazioni relative al setting.
La prima precisazione che riguarda il transfert, e che si riferisce al setting, è che il transfert, in qualunque forma avvenga, è sempre presente in tutte le situazioni (Berne, 1972).
L'autoconsapevolezza del nostro mondo interno non è quindi un antidoto ad un fenomeno naturale (il transfert), ma semplicemente ne riduce il manifestarsi, ovvero ci consente di "trasferire" di meno.
Uno dei capisaldi dell'AT come psichiatria e psicologia sociale è proprio la constatazione del transfert come fenomeno sociale diffuso, viceversa che non si limita alla stanza di terapia.
Questa considerazione ne fa discendere altre conseguenziali.
La prima conseguenza, lapalissiana, è che il transfert si attiva fin dagli albori del nostro contatto con il nostro cliente, già quando bussa alla nostra porta, o prima al momento che ci ha telefonato, o, andando indietro, quando ha pensato di telefonare, ecc.Š
La seconda considerazione conseguenziale è che il nostro intervento non ha alcun potere di "avorire" il transfert ma, semplicemente, di influenzare che tipo di transfert è consentito nella stanza di terapia.
e' mia salda opinione che vada favorito ogni tipo di transfert e non, appunto, unicamente il transfert di tipo positivo, e questo anche quando il nostro bisogno di gratificazioni (attraverso il lavoro) ci potrebbe suggerire diversamente.
E' evidente che aiutare le persone ad uscire in qualche modo rassicurate dalla nostra stanza ci fa percepire come delle brave persone, affettuose, accoglienti, questa autopercezione è sicuramente gratificante per l'Analista ma ha il difetto di favorire un transfert positivo, ovvero di indicare implicitamente che il transfert positivo è quello legittimo; ed i sentimenti, i vissuti, le convinzioni e decisioni collegate al transfert negativo che fine fanno?
Per poter accogliere la persona nella sua totalità ed aiutarla a conoscere e rigovernare il funzionamento della sua mente è necessario favorire fin dal primo istante ogni tipo di transfert, positivo o negativo (distruttivo o costruttivo, aggressivo o cooperativo, innamorato o distaccato, ecc.), la cautela che dobbiamo avere è che favorendo l'espressione del transfert +/- dobbiamo attivare quelle procedure che lo rendano analizzabile.

Analizzabilità del transfert e neutralità

Per poter parlare dell'analizzabilità del transfert dobbiamo riprendere la riflessione circa la "neutralità" che si ponevano già gli Psicanalisti Freudiani fin dagli anni '50 a partire da Glover (Glover, 1928; Genovesi, 1988).
La "neutralità" dell'analista, così come oggi è intesa nell'ambiente psicoanalitico, è figlia dell'esigenza di creare uno "spazio" in cui il transfert +/- sia analizzabile. L'errore in cui sono incorsi gli Psicanalisti è stato quello di confondere "neutralità" con "estraneità", ovvero di pretendere di rimanere fuori dalla relazione con il proprio cliente non manifestandosi come persone (la funzione "specchio").
L'errore che possiamo correre noi è quello di entrare nella relazione "soddisfacendo" il nostro bisogno di gratificazione, anche quando questo contrasta con le esigenze del nostro cliente.
Creare uno "spazio" in cui il transfert +/- sia analizzabile rimane la sfida di chi si occupa del mondo intrapsichico delle persone.
L'esigenza di creare uno "spazio" relazionale in cui sia analizzabile il transfert è quindi l'assioma del Setting, rifuggendo dalla semplificazione che questo "spazio" non vada costruito in quanto è sufficiente la capacità analitica per determinare l'analizzabilità del Transfert. La semplificazione circa l'inutilità dello "spazio" (setting) in cui analizzare il transfert ci riconduce alla deviazione di una relazione iniziatica, in cui è il "carisma" dell'Analista a determinare la neutralità (ed il contratto bilaterale ? La meta dell'autonomia ?...) ed in qualche modo ci riconduce all'estraneità.
E' sempre in questa chiave che condivido l'affermazione di Berne circa l'illegittimità di toccare i clienti (accarezzarli, abbracciarli), pur essendo consapevole di quanto la comunità Analitico Transazionale sia mutata rispetto agli eccessi che Berne criticava, d'altra parte se favoriamo una relazione sincera, spontanea, autonoma con i nostri clienti trovo decisamente poco credibile questa nostra capacità di traboccare "amore" fino al punto di riversarlo nella relazione terapeutica quale strumento della cura.
Un proverbio dice: "Gli strumenti fanno il mestiere"; anche noi abbiamo necessità di strumenti uno degli strumenti cardine è quello della neutralità intesa come relazione neutrale (leggi analizzabilità del transfert).

Quale neutralità nella relazione?

Il primo intervento ovvio e largamente condiviso è quello dell'opportunità di costituire due chiari confini, quello con l'esterno e quello con l'interno.
Il confine con l'esterno si occupa dell'arginare le distrazioni alla relazione terapeutica provenienti appunto dall'ambiente esterno, per facilitare questa situazione Berne pone l'accento finanche sull'ambiente materiale sottolineando che "ŠIl luogo d'incontro dovrebbe essere scelto con una certa attenzione per ridurre al minimo i disturbi dall'esternoŠ" (Berne,1966.Pag.16 Tr.it.). Un'altra operazione decisamente più determinante è nello spostare il lavoro analitico il più possibile sul "qui ed ora" al posto che il "lì ed allora".
Il confine con l'interno rappresenta il confine tra gli analizzandi e l'analista, e questo confine è decisamente più difficile da determinare, ha a che vedere con la costituzione di uno spazio relazionale analizzabile. Poiché non riteniamo percorribile dall'Analista Transazionale la determinazione di questo spazio attraverso la "funzione specchio" rimane aperto il problema di quale spazio favorire. Le scienze sociali ci dicono che, "anche in qualità di osservatori", influenziamo e quindi interveniamo sul campo osservato, pertanto ciò che ne consegue non è la domanda se possiamo rimanere estranei ad un campo oggetto di osservazione ma viceversa come siamo presenti al campo di osservazione, ovvero come siamo presenti nella relazione.
Il corollario che ne discende è che una possibile neutralità che possiamo concepire è determinata dalla consapevolezza di come noi siamo presenti nella relazione.
L'ulteriore considerazione è quindi che dobbiamo entrare nella relazione e dobbiamo entrarci cautamente; Berne suggeriva di non stringere la mano al nostro cliente al momento dell'inizio dell'incontro casomai, dopo, a fine seduta avremo motivo di stringergliela più seriamente, quello di Berne è un suggerimento a carattere metaforico, ma vediamo meglio attraverso un caso clinico cosa può implicare e qual'è l'utilità di entrare nella relazione ed entrarci in punta di piedi.

Rosaspina: ovvero avanti adagio!

Rosaspina, che qui riassumo brevemente, è una persona venuta da me dopo duetentativi di Analisi e, poiché al momento sta continuando il suo lavoro in modo proficuo, mi auguro di essere anche il suo ultimo tentativo.
Il primo analista era un buon papà, uno di quelli che aiuta a tornare a casa tranquilli, sereni, sazi dell'essere capiti, accolti, rassicurati e consigliati. Rosaspina stava molto bene nella stanza di terapia, molto soddisfatta, ma continuava ad innamorarsi follemente delle persone, diventando invasiva, persecutoria.
Durante l'ora di terapia trovava il sostegno ed il ristoro, per poi tornare a casa e disturbare le persone a tutte le ore del giorno e della notte con le sue telefonate, "attaccandosi" disperatamente a chiunque mostrasse un minimo interesse per lei, insomma, ad agire, il suo disturbo di personalità istrionico versante psicotico, con qualunque malcapitato si offrisse alle sue attenzioni.
Il secondo terapeuta l'accoglie cordialmente con un grande sorriso, subito conviviale e confidenziale, d'altra parte stimolare un clima caldo ed accogliente è fondamentale all'avvio di esperienze gestaltiche di varia natura; Rosaspina salta il fosso e si innamora, in prima seduta, ...dell'Analista. Il seguito della loro relazione "Terapeutica" è stata un susseguirsi di inseguimenti e fughe, Rosaspina nei panni della cacciatrice (attraverso telefonate continue, appostamenti, ecc.) e l'Analista nella scomoda veste della lepre (attraverso evitamenti, il negarsi al telefono, tentativi di aggirare gli appostamenti, ecc.).
Quando Rosaspina arriva da me la sua richiesta è alquanto singolare, mi chiede conforto per la tristezza relativa alla perdita del primo Analista, e consolazione e sostegno contro il secondo che, "cattivo", la rifiuta.
Facciamo la nostra seduta ed alla fine dell'incontro (Rosaspina da buona istrionica non ha aspettato come Fulvo il secondo incontro per esternare le sue proteste) mi apostrofa dicendo "ŠMa Šio non so se tornerò alla seconda seduta, ma lo sa che sono passati quasi 50 minuti e lei mi dà ancora del lei? Non posso lavorare con una persona così fredda..." "Beh, si, - le rispondo - per quale motivo dovrei darle del tu o rivolgermi a lei in maniera diversa?"
Tralascio il resto del dialogo che ha avuto come oggetto proprio quest'ultima domanda, ovvero perchè si aspetta da me un atteggiamento più "caldo" e che senso ha nella sua vita, in quanto sconfineremmo in aspetti attinenti con il contratto, e dedichiamo un poco di tempo alla valutazione di questo mio atteggiamento all'accoglienza.
Per alcuni colleghi può risultare strano un atteggiamento così distaccato al primo incontro, ed in contrasto sia con il mio modo abituale di propormi che con quello che normalmente ci si aspetta al fine di favorire un clima confidenziale; questa modalità ben rappresenta ciò che ho anticipato nelle premesse ed ovvero, parafrasando Berne (Berne, 1966), che è utile mantenere un atteggiamento cinico, un poco Caino (come scherzosamente commentano talvolta alcuni clienti) per gran parte del lavoro, finché non ci siano motivi per non essere "Caini", cinici.
Questa modalità mi consente di presentarmi nella relazione un poco alla volta, e questo presentarmi cautamente, un poco alla volta, mi consente due cose:

A) Posso essere pienamente me stesso quando mi espongo

B) Esponendomi gradatamente favorisco un contesto relazionale analizzabile sia da me che dal mio cliente.

Esponendomi troppo e repentinamente rischierei una relazione confusa e non analizzabile, viceversa mostrando un "atteggiamento" terapeutico, ovvero qualcosa che vivo ed agisco unicamente nella mia funzione di Analista rimarrei estraneo ed impotente al fluire dei sentimenti del mio cliente favorendo un Transfert idealizzato.
Tornando a Rosaspina fin dal primo momento l'ho sottoposta alla fatica di dover accettare che la nostra relazione è uno spazio di lavoro, questo non è molto consolatorio né ristoratore ma è sicuramente potente ed efficace.

Cinici sempre?

Ma se all'inizio sono "Caino", per poi aprirmi gradualmente una domanda che ne discende è: una volta che la relazione terapeutica procede che fine fa l'atteggiamento cinico? L'empatia cederà il passo alla compassione? La relazione umana che ruolo avrà?
Cercherò di rispondere a questi quesiti attraverso un caso clinico.

Frullino ovvero vale più un buon amico o un buon analista?

Frullino è arrivato da me con un disturbo di personalità schizofreniforme con grandi resistenze al cambiamento, pur essendo collaborativo e pur dichiarando e visivamente mostrando un sollievo dal suo partecipare al programma di trattamento (prima individuale e poi di gruppo), i suoi sintomi raramente recedevano; nonostante l'enorme quantità di lavori regressivi, ridecisionali conservava praticamente inalterati i suoi deliri.
Con il tempo Frullino è diventato noto a tutta la piccola comunità dei miei clienti per le sue "Gestaltine" e le sue regressioni ormai mitiche, ogni tanto diventava un bel poppantone, che si andava dinoccolando, dando e ricevendo un sacco di carezze da me e dal gruppo, o i suoi lavori sulla rabbia, coinvolgenti e commoventi da cui riemergeva sereno e contento, pronto ad un nuovo scambio di coccole.
Un pò tutti erano debitori con Frullino i cui lavori avevano facilitato costantemente i lavori a carattere emotivo degli altri e la sua partecipazione alle maratone era sempre ben vista anche perchè nel tempo F. aveva elaborato un'originale fenomeno: nel tempo era diventato una persona ragionevole, carezzevole comunque gradevole durante la terapia (sia durante gli incontri settimanali ordinari che le maratone) per poi tornare ad essere il "matto" di sempre fuori, a casa, nel suo ambiente di riferimento.
Ovviamente questo fenomeno era ben visto dai compagni di gruppo ma non ha alcun senso dal punto di vista del contratto professionale che vincola me e Frullino. Il mio compito è aiutare Frullino ad essere una persona autonoma ed integrata nel suo ambiente, il gruppo è lo strumento di lavoro e non può e non deve diventare un rifugio.
La necessità di fornire un ambiente protettivo ai nostri clienti non può essere confusa con l'opportunità di fornire un ambiente "tana"!!!
Questa riflessione ha preso corpo attraverso la seguente domanda: "Se Frullino viene al gruppo e continua a trovare gratificazione e soddisfazione da una situazione calda e confortevole quando avrà voglia di misurarsi con le difficoltà che ci sono fuori la porta dello studio?"
L'impasse così descritta ha avuto soluzione durante una maratona residenziale a Positano.
Durante il lavoro Frullino rivive una regressione, peraltro ripetitiva, al termine della quale si aspetta la solita reazione carezzevole mia e del gruppo. In questa occasione ho però deciso di agire il "Caino" (che ritengo utile adottare per il benessere dei nostri pazienti), non l'ho toccato, né gli ho espresso parole di conforto, limitandomi a confrontarlo circa quello che stava accadendo (una aspettativa seduttiva e passiva di carezze) ed il contenuto del nostro contratto (la meta di imparare a chiedere apertamente accettando il rischio implicito nell'esporsi all'intimità).
Il risultato stupefacente è stato che Frullino ha trovato l'energia per riemergere dalla regressione, carico di rabbia ma chiaro circa le sue aspettative ed il rischio esistenziale insito nell'agire apertamente i suoi bisogni.
Successivamente gli effetti del lavoro di maratona si sono visti nella stanza di terapia, dove Frullino ha iniziato ad agire la sua "pazzia" mettendoci in condizione di confrontarlo ed aiutarlo a ricongiungersi con la complessità del suo mondo emotivo e riappropriarsi della capacità di dare espressione adeguata ai suoi sentimenti, e contemporaneamente ha raggiunto un soddisfacente controllo sociale nella sua vita extra-analitica.
E' questo un risultato ragionevole, non ha senso che il nostro paziente continui a vivere male la sua vita esterna, mentre si gratifica dell'appartenenza al gruppo di terapia; nel caso di Frullino l'elaborazione puntuale dei contenuti del suo Transfert +/-, ora accessibili in quanto espressi, gli ha consentito di portare a conclusione la sua analisi soddisfacentemente.
Con questa breve sintesi della storia di Frullino credo di avere sufficientemente risposto alle ultime domande che avevo posto (una volta che la relazione terapeutica procede che fine fa l'atteggiamento cinico? L'empatia cederà il passo alla compassione? La relazione umana che ruolo avrà?), l'obiettivo che costantemente orienterà il mio lavoro è curare le persone e non viceversa essere una brava persona, per poterli curare in molti casi avrò bisogno di sporcarmi le mani, perchè le persone hanno sentimenti "puliti" e sentimenti "sporchi", è necessario che io crei costantemente l'ambiente utile a far emergere i sentimenti delle persone (non quelli "puliti") ed a trattarli; d'altra parte la gente può anche venire da me perchè non ha amici, e può capitare che in me veda un "amico" comodo, ma il contratto che ci vincola è sempre quello di aiutarlo a recuperare gli strumenti per farsi amici piuttosto che fornirgliene qualcuno, per soddisfare questo contratto i nostri clienti hanno bisogno di un meccanico della mente (Berne, 1971) e questo solo in alcuni momenti coincide con l'essere "brave" persone, per il resto il nostro compito è elaborare una strategia ed un piano di trattamento, che abbia la forma di un programma da condividere con i nostri clienti, agito all'interno di una relazione che sia analizzabile e che funga da cornice del mondo emotivo (+/-) del nostro cliente, allo scopo di aiutarlo a riappropriarsi del proprio mondo intrapsichico e praticare delle valide esperienze alternative al suo vecchio modello.
Ecco, questi credo che siano i nostri obiettivi.

Riassumo il tutto con una frase di Berne (Berne, 1971) che chiaramente esprime questi principi:
".. Personalmente mi ritengo un meccanico della mente, tutto qui! Se qualcuno viene da me con le rotelle fuori posto, io gli dico Ok, proviamo a metterle a posto, quello che succede fuori dalla tua testa, appartiene ad un campo diverso dal mio, potrebbe anche essere interessante occuparsene ma, non credo che questo sia il mio compito principale. Se anche voi avete intenzione di fare questo, allora la prima cosa che dovete imparare è la psicoterapia pura e semplice. In altre parole c'è un paziente seduto su una sedia e voi su un'ltra, non ci sono trucchi né altri aggeggi, ci sono solo due persone e due sedie come comfort, alcuni non usano neanche le sedie, 'non è vero io uso le poltrone ma ho eliminato divanetti, cose, altri comfort analoghi, 'Così il vero problema dello psicoterapeuta è cosa faccio in una stanza con una persona chiamata paziente se io mi chiamo terapeuta? Assolutamente niente trucchi, niente appunti, niente registrazioni, niente musica, niente! Questo bisogna imparare per fare psicoterapia, una volta imparato questo e diventati esperti, allora, potrete aggiungere qualche ammennicolo ma, secondo me, l'introduzione di trucchetti ed ammennicoli può significare che il terapeuta non sa quello che sta facendo! ...".

Bibliografia

  1. Berne, E. (1966). Tr. it.: Principi di terapia di gruppo. Roma: Astrolabio, 1986.
  2. Berne, E. (1971). Tr. it.: Prendere le distanze da una teoria dell'influsso dell'interazione interpersonale sulla partecipazione non verbale. Rivista Italiana di Analisi Transazionale, VI, 10 : 9 - 18, 1986.
  3. Berne, E. (1972). Tr.it.: Ciao eŠ poi ?. Milano: Bompiani, 1979.
  4. Cavanna,G. (a cura di) (1993). Il setting Psicoterapico: individuale, di gruppo e nell'emergenza. Napoli: Dinosauro Editore.
  5. Clarkson, P. e Gilbert, M. (1988). Tr.it.: Il modello originale di Berne degli Stati dell'Io: alcune considerazioni teoriche. Neopsiche. VIII, 13: 3 - 12, 1990.
  6. Clarkson, P. (1991). Tr.it.: Imago gruppale e stadi di sviluppo del gruppo. Neopsiche. IX, 16: 31- 37, 1991.
  7. Clarkson, P. (1995). Tr. it: La relazione terapeutica integrata. Roma: Suvera Multimedia s.r.l., 1997.
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Massimo Gaudieri,
Psicologo, Psicoterapeuta, Analista Transazionale Didatta, Presidente A.I.A.T, Direttore responsabile della Rivista "Neopsiche" e della Rivista " Psicologia e Salute", Direttore CE.P.A.T. snc.
Vive e lavora a Napoli, per informazioni e richieste tel. e Fax 081 5562920, cepat@analisitransazionale.it.

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