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Sommario
Indice Cronologico
della Rivista Neopsiche
Indice di Neopsiche
N° 24
Il concetto di setting ha molte
implicazioni ma oggi ne voglio parlare mettendo l'enfasi soprattutto
su alcuni aspetti che in questo periodo richiamano in maniera
particolare il mio interesse. Pensando a cosa ci fosse di peculiare
nel mio modo di fare terapia mi è venuta l'immagine del posto
dove lavoro, il mio studio.
Da anni conservo le pareti
interamente bianche, senza un quadro, senza una stampa e neanche i
miei titoli professionali sono esposti.Più volte mi sono
ripromesso di cambiare arredamento, di mettere un pò di colore
e qualche stimolo in più per chi si presenta ad un primo
colloquio.
Di fatto ho sempre rinviato. A volte si sono verificate situazioni
simpatiche, a volte imbarazzanti.
Qualcuno mi chiede: "Perché questo ambiente è
così asettico? E perché lei non ha diplomi esposti?
Come faccio a sapere chi è lei? E come mi posso fidare?" Se
vuole conoscermi basta che mi guardi, senta la mia voce, osservi i
miei gesti, come muovo la mano e saprà subito chi sono. La
neutralità che si riflette nell'ambiente in realtà
è soltanto apparente. Sto nella relazione. Al di là del
ruolo, tra noi intercorrono comunicazioni che non possono prescindere
dal 'chi sono io'. A volte diventa una sfida che accolgo: "Se vuoi
conoscermi guardami, osservami, non hai bisogno di rassicurarti con i
titoli professionali."
Altre volte le persone non reagiscono al primo impatto e solo dopo un
certo tempo emergono le loro prime impressioni. In altri casi mi
confrontano con una provocazione: "Come puoi capire quello che sto
vivendo se non sei neanche sposato," "Sono sposato e ho due bambini."
"E perché non porti la fede?" "Non la sopporto, non sono un
uomo di fede, io" dico scherzando.
In alcune occasioni invece non rispondo e alle domande troppo
incalzanti reagisco sottolineando che non rientra nei miei compiti di
terapeuta raccontarmi al paziente e che decido io se e quando
farlo.
Fin dai primi incontri sto costruendo il mio setting. Incomincia una
relazione nella quale per alcuni mesi, o per alcuni anni,
scriverò una storia insieme ad un'altra persona. In certi
momenti saranno prevalenti le comunicazioni transferali, in altri
prevarrà l'empatia e in altri ancora sentirò sincera
simpatia o rifiuto indignato, al di là delle reciproche
proiezioni.
Sostanzialmente sono in relazione un 'io' e un 'tu' coinvolti in
molteplici e differenziate interazioni, alcune delle quali hanno poco
a che fare con la patologia e sono frutto di 'salute mentale'. La
storia di questo incontro sarà la storia della terapia e ne
determinerà il risultato.
Riferendosi alla tradizione psicoanalitica, il setting viene definito
dal Di Chiara come l'assetto relazionale che l'analista deve tenere
per la durata del trattamento, ed è funzionale a consentire
l'esperienza psicoanalitica cioè: stabilire contatto con
l'inconscio, con la storia personale, i conflitti, il transfert. E'
caratterizzato da procedure del tutto inusitate rispetto alle comuni
relazioni umane perché è connotato da
specularità, neutralità, distanza e astinenza. In
realtà Freud fu sempre indeciso tra una neutralità
asettica e rigorosa, da chirurgo, e un atteggiamento umanamente
più partecipe.
In tutta la storia della Psicoanalisi ci sono state posizioni
contrastanti tra quanti hanno scelto modelli rigidi e quanti invece,
deviando, hanno proposto relazioni più aperte al
coinvolgimento personale.
Ispirandoci alla tradizione psicoanalitica possiamo parafrasare il
concetto di setting definendolo come il complesso dei fenomeni,
piuttosto che delle regole, che si verificano durante la relazione e
favoriscono gli obiettivi del processo terapeutico.
Quando parliamo di setting prima di tutto dobbiamo riferirci in
termini generali ad una scuola o ad una tradizione, nonché
alla concezione dell'uomo che vi è dietro. Poi, in
particolare, alla persona che effettivamente sta operando e alla
specifica situazione nella quale lo fa.
La terapia analitico transazionale è basata su tre principi
fondamentali che suggeriscono l'orientamento per l'organizzazione del
setting e per l'individuazione delle linee guida che ispirano
l'attività dell'analista. Quest'ultimo si forma secondo una
cultura terapeutica che oltre a teorie, metodologie e prassi, mette
alla sua base la filosofia dell'okness, della contrattualità e
della ridecisionalità, principi propri e specifici
dell'Analisi Transazionale.
Voglio precisare che, a mio parere, la pari potenzialità e il
fatto che il paziente vada considerato, per quanto malato sia, come
degno appartenente alla razza umana, così come proponeva
Berne, implica che questa posizione e concezione di vita il paziente
se la debba assumere attraverso la terapia e che diventi principio
fondante del suo vivere quotidiano.
Quindi la visione filosofica del terapeuta si trasforma in contenuto
esistenziale per lui stesso e per il paziente. Inoltre, quando
quest'ultimo prende contrattualmente responsabilità per il suo
processo terapeutico, riconosce la propria capacità di
risposta, cioè diventa consapevole che sta reagendo in modo
attivo o passivo agli stimoli ambientali, e che lo fa in maniera
volontaria e non casuale. Ne consegue che può operare scelte e
decidere quali comportamenti assumere. Le idee e i pensieri che
costruiscono e sostengono il suo tipo di personalità,
associati a coerenti modelli emozionali, sono il risultato di
specifiche scelte.
Ogni approccio terapeutico ha i suoi riferimenti per ritenere
raggiunto lo scopo della terapia. Ad esempio, uno dei parametri per
verificare se il processo psicoanalitico procede in maniera positiva
è il raggiungimento della capacità di sostenere, per un
tempo ragionevole, la libera associazione in maniera fluida. Noi
potremmo assumere, per linee generali, che una terapia non
sintomatica ma rivolta alla ristrutturazione della
personalità, ha la sua fine ideale quando vengono raggiunti
gli obiettivi dell'okness, della competenza contrattuale e un'attiva
capacità ridecisionale.
Su questo substrato che proviene da una concezione umanistica della
terapia, e quindi da una visione dell'uomo capace di cambiamento ed
evoluzione, si fondano gli aspetti teorico metodologici e le tecniche
di intervento. Il nostro modello si contrappone alla concezione
freudiana che mette la colpa al centro della visione dell'uomo,
secondo la rappresentazione del complesso edipico. L'ottica
umanistica si focalizza invece sul potenziale di crescita e nella
Gestalt in particolare si parla di adattamento creativo, concetto che
ha avuto molta influenza nella teoria del Copione.
Le scelte copionali sono frutto di un compromesso all'interno del
quale la valutazione è basata sull'ottenere il maggior
vantaggio con il minor rischio possibile. Sono scelte economiche,
alimentate non da principi punitivi o autodistruttivi bensì
dalla 'fusis', indicata da Berne come l'energia che stimola alla
crescita e all'evoluzione. Sicché possiamo assumere che l'AT
ha un proprio tipo di setting più aperto e variato rispetto al
fare psicoanalitico, proprio in dipendenza dei diversi presupposti
dai quali storicamente è partita.
L'Analisi Transazionale si è proposta come terapia 'eretica' e
tale fu considerato Berne il quale per altro, a chi quando ormai
conosciuto per il nuovo approccio gli chiese se sarebbe rientrato
nelle fila degli psicanalisti, rispose che troppo grande era
diventata la distanza tra lui e loro. Ne criticava il modello troppo
rigido e l'eccessiva razionalità che considerava un limite
all'intuizione, requisito fondamentale per individuare e
diagnosticare gli Stati dell'Io. Sottolineo questi aspetti aneddotici
perché a volte, nell'ansia di trovare matrici epistemologiche,
si dimenticano le divergenze e i sostanziali allontanamenti dalle
origini. L'enfasi dell'AT classica fu sul cambiamento visibile e
verificabile attraverso una pratica terapeutica attiva, piuttosto che
sul ricostruire la memoria e dare significato alla storia personale.
In seguito gli analisti transazionali, fortunatamente, si sono
orientati verso investigazioni ben più profonde del mero
conseguimento del controllo sociale, integrando principi teorici di
altre tradizioni e tra questi ridando spazio e valore anche alle
matrici psicanalitiche, il che ha permesso trattamenti di maggiore
spessore e più vasto campo di intervento. L'AT, pur con le sue
integrazioni, ha sempre conservato la propria identità di
terapia con obiettivi, mirata al cambiamento e focalizzata sulla
relazione, e quest'ultima non solo riferita ai fenomeni di transfert
e controtransfert ma anche a quanto realmente succede oggi, nel qui e
ora del rapporto. Le simpatie e le antipatie, le gratificazioni e le
frustrazioni, sono attivate anche dalle persone reali, dal terapeuta
e dal paziente con la loro identità, e non soltanto da
ripetizioni di drammi transferali e cioè da fenomeni di
Copione. Ci sono situazioni in cui il paziente è antipatico
davvero e non riflette necessariamente il "fratellino aggressivo" del
terapeuta, il quale a sua volta, in certi casi, effettivamente
reagisce in maniera dura. Se il paziente gli chiede: "Perché
mi hai trattato male?" sarebbe poco onesto controbattere: "Cosa stai
proiettando su di me? Forse vedi in me tuo padre quando ti trattava
male?". La verità è che ha reagito duramente e che il
paziente ha di fronte il terapeuta in persona e non un'immagine
paterna. Sarebbe poco etico fargli credere che ha le "traveggole",
magari per non perdere il ruolo. E' l'insieme che crea la relazione,
sia il transfert che la realtà dell'incontro, e queste
interazioni favoriscono o rendono difficile il rapporto terapeutico,
che a ragione quindi diventa un fenomeno centrale nella costituzione
del setting.
Nell'Analisi Transazionale ci furono fin dalle origini molti e
differenziati fattori che la caratterizzarono e che, apparentemente
in contrasto tra loro, ne fecero un approccio ricco e articolato per
la sua flessibilità. Per certi aspetti fu favorita una forma
di distanza del terapeuta. Mi riferisco in particolare all'uso della
lavagna come strumento analitico che tendeva a rendere più
neutrale l'intervento. Al paziente veniva offerto uno strumento
'obiettivo' che proponeva l'autorità della teoria come 'super
partes' tra lui e il terapeuta il quale, in quella fase, affievoliva
di fatto la propria responsabilità nella relazione. La
rappresentazione grafica costituisce un filtro che favorisce il
concentrarsi sulla comprensione e riduce gli effetti del processo
relazionale così importante in Psicoanalisi che tendeva a
svilupparlo attraverso l'attivazione della nevrosi di transfert.
Mettere tra sé e il paziente la lavagna e su di essa la
rappresentazione di una teoria, produce anche un implicito evitamento
di contestazioni e coinvolgimenti emotivi. La teoria ha prestigio e
come tale riduce le resistenze del paziente e rassicura il terapeuta,
il quale più facilmente può gestire la relazione nelle
situazioni di conflitto. Fu una scorciatoia metodologica, così
come lo furono altri tipi di intervento connessi all'analisi
strutturale, tesi soprattutto a realizzare in termini cognitivi
l'attivazione dell'Adulto, in linea con la filosofia berniana del
'prima cura'. Per altri versi la diagnosi degli Stati dell'Io mise in
primo piano i vissuti dell'analista e quelli dei componenti del
gruppo come strumento diagnostico e terapeutico insieme, quando si
occupò delle reazioni controtransferali sulle quali si
basò la diagnosi sociale. Il terapeuta veniva chiamato
direttamente in causa e anche se non in maniera espressa, faceva i
conti con i suoi vissuti interni in relazione a quanto il paziente
proponeva. In questo modo poteva operare le prime conferme sulle
diagnosi intuitivamente abbozzate attraverso l'osservazione del
comportamento. In realtà gran parte della terapia dell'AT si
focalizzò sulla relazione facilitando l'attivarsi di complessi
fenomeni che coinvolgevano contemporaneamente il mondo intrapsichico
e quello relazionale, come genialmente fu sintetizzato nella teoria
dei 'giochi'.
Da un lato viene favorita l'attenzione alla relazione e alle sue
dinamiche interne e dall'altro l'intervento diretto, focalizzato,
tende ad eliminare gli approfondimenti. La terapia rivolta al
controllo sociale è di tipo comportamentale e non c'è
bisogno di particolari coinvolgimenti delle parti in causa, serve ed
è utile una tecnica precisa.
D'altro lato il lavoro faccia a faccia rese più immediato il
contatto e di conseguenza il terapeuta fu sollecitato ad una
partecipazione attiva e più difficilmente poteva mascherare le
sue reazioni e sfuggire agli stimoli inviati dal paziente. Si
abbreviarono i tempi dell'elaborazione interna e la risposta divenne
più diretta e immediata. Nel rapporto subentrò maggiore
confidenza facilitata dalle particolari dinamiche che si creano nel
contesto di gruppo. Il setting diventò più articolato e
complesso aprendo lo spazio a maggiori trasparenze.
Gli analisti transazionali si sono variamente caratterizzati e furono
più o meno neutrali o più o meno coinvolti e attenti
alla relazione secondo le loro personalità. Di fatto Berne
aprì la strada a molteplici possibili posizioni che venivano
proprio dalle teorie che andava formulando. Nacquero diversi filoni
che allievi di personalità e cultura diversa svilupparono
secondo la loro inclinazione.
Nella mia formazione di gestaltista ho molto appreso sul
controtransfert. La Gestalt ancor prima che i nuovi filoni analitici
dette particolare valore al coinvolgimento personale del terapeuta,
il quale si interroga sul cosa sta vivendo nel rapporto e questi
vissuti li traduce in termini terapeutici, o semplicemente li
esplicita, creando una particolare comunicazione persona a persona,
secondo che adotti un modello più o meno trasparente e secondo
le circostanze, perché in molte situazioni la valutazione
personale potrebbe indicare come più opportuna una maggiore
neutralità. Ritengo che ci sono casi in cui la trasparenza
è un mezzo davvero efficace, mentre in altre occasioni
può essere poco produttiva o addirittura dannosa per lo stesso
paziente che la richiede. In ogni caso considero il lavoro sul
controtransfert come fattore importante per la crescita personale e
fondamentale per la supervisione. Nel setting di gruppo il terapeuta
può diventare ancora più attivo che in quello
individuale. E' portato a scoprirsi di più ed è
maggiormente sollecitato ad entrare nel gioco delle relazioni.
Diminuiscono ulteriormente le possibilità di tenersi neutrale
e aumentano gli stimoli per la trasparenza. Spesso a causa degli
elevati livelli emozionali che nel gruppo si attivano, diventa
più difficile analizzare dentro di sé il transfert e il
controtransfert e le reazioni sono meno mediate e più
intuitive.
Nella situazione gruppale, soprattutto nei gruppi residenziali e
anche se non voluto, c'è un implicito modo di rivelarsi e
raccontarsi. Una implicita o dichiarata trasparenza. Tutto ciò
influenza notevolmente la relazione che gioco forza diventa
più fluida e con maggiori imprevisti, più legata al qui
ed ora e quindi più flessibile.
Un ulteriore fattore che influenza il setting è dato dal fatto
che nel modello AT il paziente è invitato a risposte
focalizzate. La libera associazione cede il posto ad interventi
puntuali. La distrazione dall'oggetto del trattamento,
contrattualmente convenuto, viene frustrata con richiamo al tema. La
confrontazione diretta mette in moto meccanismi reattivi e di
conseguenza il dialogo tra terapeuta e paziente diventa più
serrato. A volte sono necessarie risposte e decisioni rapide per far
fronte alle situazioni che si vengono a creare.
Voglio portare il discorso ancora più avanti.
Proprio in considerazione delle molteplici possibilità che si
aprono in termini teorici e in termini operativi, propongo di
definire il setting come la specifica e irriproducibile relazione
che, date certe regole, si produce tra quel terapeuta e quel paziente
o le relazioni che si instaurano tra quel terapeuta e quel gruppo,
nonché le relazioni dei componenti tutti del gruppo tra loro e
con il terapeuta.
Poiché le energie in campo sono davvero tante ed è
molto difficile analizzarle, il setting diventa l'esperienza
'vivente' di un incontro terapeutico che si avvale delle regole e va
al di là di esse, creando di volta in volta e di fatto la
storia e la teoria di quello specifico setting, che partendo da
modelli di riferimento iniziali trova nel contesto reale le sue
concrete attuazioni.
Ci sono oggi linee di tendenza nell'AT ed anche nella Gestalt, che
spingono a ritrovare le matrici originarie e questo da un lato porta
a rivalutare categorie troppo frettolosamente espulse, d'altro lato
propone irrigidimenti di scuola.
La comunicazione e le interazioni sociali non sono le stesse dei
tempi di Freud, e i nostri setting necessariamente devono fare i
conti con i fenomeni di divulgazione e di integrazione che la cultura
del nostro tempo propone in ogni area della conoscenza. Non solo, si
fa sempre più pressante la necessità di intendere i
nuovi fenomeni che emergono dall'incontro di gruppi etnici e culture
diverse.
Per queste ragioni ritengo importante che la nostra formazione
insegni a sciogliere le rigidità teoriche e metodologiche e
che stimoli l'apertura e la flessibilità, dando maggior valore
all'esperienza personale. Oltre al rispetto del codice etico, al
perseguire i principi filosofici che condividiamo, ad ispirarci alle
teorie di base dell'AT e a regolare chiaramente i contratti
amministrativi, ritengo che terapeuti e pazienti abbiano ampio spazio
creativo per costruire il loro setting e sono d'accordo con quanti
hanno già espresso questa opinione.
Terapeuti e pazienti sono persone con specifiche personalità e
caratteri. Come tali danno vita, nell'arco dello spazio-tempo
terapeutico, come ho già sottolineato, a storie e narrazioni
del tutto irripetibili che sono effetto di quell'incontro.
Come ho anticipato all'inizio, Freud ebbe nel tempo attitudine
diversa e, contraddicendosi, teorizzava la neutralità per poi
proporre in momenti successivi il coinvolgimento emozionale
dell'analista, e non solo limitatamente alla esplorazione silenziosa
del suo mondo interno stimolato dall'incontro con l'altro. In
realtà la struttura fobica da un lato lo teneva fedele al
riferimento teorico che grazie alla sua saldezza lo rassicurava, e
lì divenne maestro, e d'altro lato da controfobico si propose
come innovatore rivoluzionario, creativo e coraggioso. Nella sua
opera manifestò insieme la paura di fondo che lo
caratterizzava, spingendolo a cercare certezze nei modelli teorici e
per altri versi la reazione, l'aspetto controfobico, la
capacità di rischio che lo portò oltre i limiti della
cultura condivisa, cosa che fece in maniera geniale.
Alcuni kleiniani, e tra essi Fairbain, hanno proposto la
partecipazione attiva dell'analista, mentre Bion praticò una
più rigida astinenza. I terapeuti, spesso senza darsene conto,
nei loro setting introducono continuamente nuove modalità e
nuove regole, si adattano alle situazioni e questo diventa di volta
in volta il setting, cioè la storia di una relazione o di
più relazioni, quando si lavora in gruppo.
Facciamo l'esempio di un terapeuta con struttura ossessiva.
Più che altri tenderà a rispettare le regole, forse ne
istituirà altre, sue proprie, per mantenere il controllo nella
relazione, e in questo modo si rassicura a costo di diventare
eccessivamente severo ed esigente.
Una tipologia istrionica tenderà invece ad ammorbidire il
setting e a favorire maggiore espressione e più partecipazione
emotiva, fino a cadere, quando va all'eccesso, in rapporti improntati
alla seduzione. In maniera ancora diversa si comportano le tipologie
schizoidi. Tendono ad organizzare relazioni più fredde,
governate dalla razionalità e con poco coinvolgimento
emotivo.
La regola principale è il distacco. A questi terapeuti
rispondono pazienti che hanno anch'essi loro proprie tipologie.
L'incontro tra un terapeuta istrionico ed un paziente dello stesso
tipo può favorire la strutturazione di un setting
drammaticamente ed emozionalmente vivo, a volte piacevole a volte
doloroso, a volte totalmente inutile.
Ciò che mi sembra rilevante in questo discorso è che il
terapeuta conosca al meglio il proprio modo di essere, i suoi limiti
e i suoi punti forti, e che organizzi il setting seguendo le
caratteristiche personali. E' poco produttivo ignorarle forzandosi ad
entrare in griglie e modelli precostituiti che non ci corrispondono.
C'è un tempo per l'apprendimento e contano le regole, sono
queste che vanno in primo piano, e il tempo della maturazione, in cui
ciò che conta è il proprio saper fare, frutto sì
della teoria, ma soprattutto delle elaborazioni personali dei modelli
che ci hanno ispirato.
E' necessario che la teoria non resti una introiezione mal digerita.
Pur partendo da basi comuni ognuno di noi fa l'analisi strutturale di
Stati dell'Io alla propria maniera. Ci mette dentro la sua
esperienza, la sua storia, la sua cultura, e le conclusioni e gli
effetti saranno diversi per ciascun operatore. Sono l'esperienza
personale e la conoscenza di sé che facilitano la
capacità di contatto e la comprensione del mondo dell'altro,
qualificando allo stesso tempo la terapia.
Quello che oggi costituisce il mio maggior interesse è proprio
lo studio delle tipologie, delle strutture caratteriali della
personalità, perché sono proprio queste che entrano nel
setting e fanno le differenze. Chi già mi ha sentito parlare
su questi temi sa che faccio riferimento alle nove strutture di base
e alle ventisette substrutture proposte dalla Psicologia degli
Enneatipi.
La conoscenza del proprio tipo caratteriale e del nucleo sul quale si
fonda, organizzato in termini di strutture di Copione, aiuta
notevolmente la competenza del terapeuta e la sua capacità di
prevedere e gestire le proprie reazioni transferali e quelle del
paziente.
Discorso analogo vale per la supervisione.
In sintesi ritengo che l'elemento fondante del setting sia l'insieme
delle esperienze che paziente e terapeuta riescono a costruire
insieme ai fini del cambiamento.
Potremmo dire, anche a costo di essere riduttivi, che il terapeuta si
muove nell'ambito di tre stili relazionali di base: il generoso,
l'attivatore e l'accogliente ai quali, quando passano sul versante
esasperato, corrispondono rispettivamente i ruoli di Salvatore,
Persecutore e Vittima.
Il generoso spende troppo e si perde nel dare ottenendo poco
risultato, l'attivatore esige e manifesta un Genitore che pretende
richiedendo eccessivo impegno, l'accogliente invece si dimentica di
sé identificandosi nel Bambino dell'altro. Ovviamente non
bisogna tralasciare le numerose possibilità che vengono
prodotte dalla combinazione dei diversi tipi tra loro.
Altro punto di rilievo è contestualizzare la relazione nel
setting formale, di cui possiamo considerare perlomeno quattro
categorie: terapia individuale, piccolo gruppo e famiglia, gruppi
residenziali e grandi gruppi, che comprendono interventi socio
psicologici o ad indirizzo transpersonale.
In ciascuno di questi contesti cambia il ruolo del terapeuta e il
tipo di relazione che instaura con il paziente, fluendo da contatti
più formali e riservati verso sempre maggiore coinvolgimento e
trasparenza. Ovviamente anche gli obiettivi e gli effetti terapeutici
sono diversi.
Un discorso a parte meritano i programmi SAT, dove lavorano insieme
più terapeuti con diversi ruoli e tradizioni di scuola, con
partecipanti che sono allievi in formazione, professionisti della
terapia, e persone che semplicemente seguono percorsi personali.
Un modello di cui ho già parlato in altre occasioni che si
allontana da ogni forma di setting tradizionale e che, a mio parere,
costituisce un importante stimolo per più ampie aperture verso
la prevenzione e la 'cura' delle problematiche dei grandi gruppi
sociali. In queste situazioni l'esposizione di ciascuno è tale
che facilmente cadono i ruoli e le relative barriere difensive.
Allora il 'terapeuta', pur mantenendo la sua funzione, perde ruolo e
diventa egli stesso partecipante attivo.
Emerge prepotentemente la relazione e viene facilitata una maniera di
proporsi improntata a spontaneità, consapevolezza e
intimità, condivisa da tutti i partecipanti ivi compresi i
terapeuti e i supervisori.
I fenomeni che si verificano sono molto complessi e articolati,
difficili da studiare.
L'effetto evidente è che si rinforzano principi di
solidarietà e di comprensione per l'altro che diventano
collanti e cultura condivisa per la comunità dei partecipanti,
principi che permettono di continuare il lavoro insieme, anche in
assenza di un terapeuta o di una guida riconosciuta.
Bibliografia
Notizie sull'autore:
Antonio
Ferrara,
Psicologo,
Psicoterapeuta, Analista Transazionale Didatta, Didatta della Gestalt
riconosciuto dalla Fisig. E' nello staff di supervisione dei
programmi SAT diretti da C. Naranjo. Direttore dell'IGAT, Istituto di
Gestalt e Analisi Transazionale.
Vive e lavora a Napoli, per informazioni e richieste tel. 081
5790855.