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Indice Cronologico della Rivista Neopsiche
Indice di Neopsiche N° 22

Il gruppo terapeutico come scenario del gioco
Paolo Pernigotti

Nella psicoterapia individuale con il metodo dell'AT è possibile analizzare i giochi psicologici messi in atto dal paziente tramite l'analisi delle situazioni ripetitive vissute dal paziente in casa, al lavoro o in società e riportate dallo stesso in sede terapeutica nel momento in cui inizierà a rendersene conto oppure nel caso in cui il paziente metta in atto dei giochi nella relazione con il terapeuta.
Nella situazione di gruppo, invece, il gruppo stesso rappresenta un ottimo scenario per la messa in atto di giochi da parte dei partecipanti e permette al terapeuta l'osservazione diretta dei giochi dei pazienti.

All'interno dei gruppo, infatti, ogni partecipante mette in atto le proprie modalità di strutturazione dei tempo e tende a confermare anche in questa situazione le convinzioni su di sé e sugli altri che stanno alla base del suo copione, riconfermando e portando avanti ancora una volta le proprie decisioni copionali e ribadendo la propria posizione esistenziale prevalente.
La situazione terapeutica, in quanto portatrice di un possibile cambiamento, è percepita come minacciosa da parte del B del paziente in maniera tanto maggiore quanto più le decisioni di copione sono limitanti nella vita dello stesso. In tali situazioni, infatti, il cambiamento rappresenta uno scossone alla situazione omeostatica raggiunta dalla persona all'interno dei copione.
Nella mia esperienza in qualità di terapeuta ho verificato spessissimo come il paziente che percepisce il cambiamento come ormai vicino e possibile é nello stesso tempo attratto e spaventato da ciò che é nuovo e sconosciuto per lui. Questa ambivalenza rispetto alla possibilità di cambiamento ad esempio si é manifestata nei sogni di una mia paziente che, nel periodo in cui percepiva come possibile per lei l'uscita dalle decisioni di copione più limitanti rispetto alla propria vita, ha sognato più volte di trovarsi di fronte ad un incrocio, da cui si dipartivano strade differenti come tracciato e come fondo (qualcuna asfaltata e larga, altre bianche, strette e piene di rovi) e di cui non si conosceva la meta; di fronte a questa pluralità di possibilità ella si bloccava e non sapeva quale scegliere.
D'altronde il cambiamento richiede la rottura dell'equilibrio omeostatico raggiunto tramite le decisioni infantili e la messa in atto dei copione e la mobilitazione e la rimessa in moto dell'energia da utilizzare per ritrovare un nuovo equilibrio più vantaggioso per la persona. La persona che decide di intraprendere una terapia é pertanto all'interno di un conflitto tra il desiderio e la volontà di cambiamento e le resistenze allo stesso dovute alla difficoltà di lasciare una situazione, che, per quanto sia limitante, é strutturata, nota e priva di sorprese.
La funzione dei terapeuta, a mio parere, é proprio quella di agire da catalizzatore in quella reazione, che avviene all'interno della psiche dei paziente, di riattivazione dell'energia bloccata nel copione e nella sua rimessa in moto alla ricerca di un nuovo equilibrio più soddisfacente per lui.
L'esperienza terapeutica, pertanto, può rappresentare per la persona una reale possibilità di cambiamento (nel caso di successo della terapia) o una ulteriore occasione di riconferma delle opinioni e decisioni copionali, nel caso di insuccesso della terapia.
Nel caso di messa in atto di giochi all'interno del gruppo l'azione del terapeuta appare particolarmente importante e delicata.
La persona che entra in terapia, trovandosi in un gruppo, metterà in atto le modalità relazionali che usa abitualmente nei rapporti con gli altri e che corrispondono a situazioni di gioco psicologico tanto più frequentemente quanto più le decisioni di copione sono limitanti per lei. Se gli altri membri dei gruppo hanno già una sufficiente conoscenza dei giochi che fanno e hanno raggiunto un buon controllo sul proprio comportamento, la persona appena entrata in terapia e che inizia a giocare può "lanciare dei ganci" che non trovano anelli, grazie alle consapevolezze degli altri pazienti e pertanto il gioco non può essere giocato. Questo fatto può lasciare il neofita del gruppo un pò disorientato e smarrito, in quanto verrà posto di fronte ad una situazione nuova per lui, in cui gli altri non reagiscono come egli si aspetterebbe che reagissero; solitamente egli ritenterà il gioco più volte e se continuerà a non riuscire a coinvolgere gli altri, probabilmente starà zitto per un certo tempo per osservare come si comportano gli altri, e si sentirà un pò angosciato a causa dei fallimento dei suoi soliti modi comunicativi.
In questo caso la persona é costretta da subito a riflettere sul fatto che qualcosa non funziona nel suo modo di comunicare con gli altri, e, se resiste alla frustrazione del fallimento del tentativo di giocare e prosegue la terapia, ha già fatto un passo avanti rispetto alla possibilità di cambiamento. L'intervento del terapeuta in questo caso è agevolato dal comportamento dei componenti del gruppo che non cadono nel tranello del gancio del neo-paziente giocatore e si limiterà a proteggere lo stesso dall'angoscia scatenata dal fallimento delle sue solite modalità relazionali, rassicurandolo sul fatto che può prendersi del tempo per osservare come procede il lavoro nel gruppo ed invitandolo a partecipare attivamente allo stesso nel momento in cui si sentirà pronto.
Nel caso in cui i componenti del gruppo non abbiano ancora raggiunto la conoscenza e soprattutto il controllo sui giochi che mettono in atto, la situazione in cui un paziente inizia un gioco può evolvere in maniera del tutto differente.
Egli infatti può lanciare un gancio che si innesterà nell'anello di un altro partecipante e questo darà inizio ad un gioco più o meno pesante.
In questo caso é molto importante l'intervento che metterà in atto il terapeuta.
Egli, infatti, in tale situazione si trova di fronte a varie possibilità di scelta su cosa fare.
Prioritariamente é indispensabile che il terapeuta mantenga il controllo della situazione, essendo consapevole intanto del gioco che si sta giocando e soprattutto di cosa può succedere se il gioco arriverà al tornaconto per i giocatori.
Solo allora il terapeuta avrà gli elementi per decidere che cosa é utile fare in questo frangente. E' evidente che il terapeuta, nel caso di gioco in corso, deve valutare cosa sta succedendo e decidere che intervento mettere in atto in un tempo brevissimo per non lasciarsi sfuggire di mano la situazione e perdere potenza. Pertanto, a mio parere, questo tipo di situazione che si sviluppa all'interno del gruppo mette particolarmente alla prova il terapeuta che é costretto a fare ricorso a tutta la sua esperienza e a tutta la sua abilità.
Fa parte, infatti, dell'arte terapeutica valutare cosa fare con quel paziente in quel momento e pertanto scegliere tra i tanti possibili l'intervento appropriato in quella situazione.
Riflettendo sulla mia esperienza in merito a situazioni di gioco all'interno del gruppo di terapia ho identificato alcuni aspetti dell'intervento terapeutico che ritengo prioritari e che esporrò brevemente.
Quando inizia un gioco all'interno del gruppo è indispensabile che il terapeuta sia particolarmente potente, il che in questo caso significa che non si lasci sfuggire la situazione di mano, ma che decida con estremo tempismo cosa fare, se lasciare andare avanti il gioco o interromperlo. Personalmente lascio andare avanti il gioco fino al tornaconto finale, quando mi rendo conto che il gioco non é distruttivo ed è utile lavorare con il paziente sul tornaconto del gioco stesso (ad es. nel caso del gioco "Perché non..: sì, ma"), mentre interrompo con energia il gioco quando é distruttivo sia per il paziente sia per gli altri membri del gruppo (ad es. nel caso del gioco "Prendetemi a calci, luridi figli di puttana"). In questo caso, infatti, arrivare al tornaconto del gioco per tutti i giocatori coinvolti può portare a distruggere la possibilità di una relazione costruttiva tra i membri del gruppo e fare allontanare chi ha iniziato il gioco; ritengo prioritario salvaguardare la possibilità per il paziente di partecipare al gruppo e il clima del gruppo stesso, che deve essere sufficientemente accogliente e protettivo perché i partecipanti si possano aprire e manifestare agli altri. Un modo che uso per interrompere questo tipo di giochi é dire con tutta la mia energia "STOP!" e poi invitare il gruppo a pensare a cosa sta succedendo.
Questo intervento toglie la parola ai giocatori che si stavano scaldando sempre più e porta i membri del gruppo ad attivare il loro Adulto abbassando la tensione emotiva di tutti.
E'importante ed utile riuscire in queste situazioni a recuperare serenità, anche tramite una battuta spiritosa. Spesso questo tipo di intervento apre la porta a successivi lavori con il paziente che ha iniziato il gioco sia sulla consapevolezza della sua responsabilità in quello che stava succedendo nel gruppo sia su come ha imparato a comportarsi così e su quali sono i vantaggi per lui di questo modo di rapportarsi agli altri. Si apre così la possibilità di un cambiamento che nasce dalla consapevolezza di ciò che avviene nel qui e ora e permette successivamente di rendere consapevole il paziente su ciò che è avvenuto là e allora. Interrompere il gioco, soprattutto se distruttivo, senza farlo arrivare al tornaconto finale è utile, inoltre, perché il paziente non utilizzi ancora una volta una situazione attuale per confermare le sue convinzioni copionali e la sua posizione esistenziale di base. Il fatto che il gioco si svolga nel "qui e ora" e all'interno del gruppo rende più difficile per chi inizia il gioco la ridefinizione della realtà, in quanto è possibile per tutti i presenti esprimere quello che sentono, quello che pensano e le motivazioni del proprio comportamento, perlomeno quelle di cui sono coscienti, in quella situazione. Ritengo pertanto che questa possibilità di confrontare subito la propria percezione ed interpretazione della realtà con quella degli altri partecipanti sia un ulteriore importante vantaggio che deriva dalla terapia di gruppo ed un grosso stimolo per uscire da quello schematismo e da quella ripetitività che caratterizzano comportamenti , opinioni su di sé e sugli altri e modalità di pensiero all'interno del copione.

Due esempi di gioco nel gruppo terapeutico

Giovanni non fa progressi in terapia e continua ad essere sospettoso e diffidente nei confronti del terapeuta e dei membri dei gruppo.
Quando egli espone un suo problema chiedendo l'aiuto del gruppo rispetto alla sua possibile soluzione, respinge sistematicamente i suggerimenti degli altri pazienti ripetendo costantemente "Si, maŠ".
Giovanni, al termine del suo lavoro e giunto quindi al tornaconto del gioco, esprime la sua delusione sul fatto che né il gruppo né il terapeuta sono in grado di aiutarlo nella soluzione dei suoi problemi.
Il terapeuta, notando l'espressione soddisfatta e quasi di trionfo di Giovanni mentre esprime la sua delusione e la sua rabbia nei confronti del gruppo e del terapeuta, lo invita a fare contatto con ciò che prova mentre dice quelle cose.
Egli diventa allora cosciente della sua soddisfazione nel dimostrare agli altri che il loro aiuto è inutile.
Invitato a pensare se prova gli stessi sentimenti verso qualcun altro, Giovanni afferma di provare gli stessi sentimenti verso i suoi genitori, in casa dei quali vive ancora, nonostante abbia passato da molto la trentina.
Giovanni, divenuto consapevole di avere messo in atto all'interno del gruppo terapeutico il gioco "Perché non ... Sì, ma" prende coscienza di come per lui è ancora molto gratificante opporsi alle figure genitoriali (il terapeuta, i membri del gruppo che hanno fatto più passi avanti di lui in terapia, i suoi genitori) piuttosto che utilizzare l'aiuto che il terapeuta e gli altri partecipanti al gruppo gli possono dare nella comprensione di sé e nella soluzione dei suoi problemi...

Francesco, al termine della seduta di gruppo, propone agli altri partecipanti di andare a mangiare una pizza tutti insieme. Barbara, Giovanni, Letizia e Carlo non accettano l'invito poiché hanno già preso degli impegni precedenti per la serata, ma propongono a Francesco di organizzare l'uscita in pizzeria per la settimana dopo. Francesco accetta.
Trascorsi 15 giorni, durante la seduta di gruppo Carlo chiede a Francesco perché la settimana prima, al termine della seduta, se ne è andato quasi sgattaiolando via, farfugliando che aveva un impegno improvviso e pertanto venendo meno all'accordo preso in precedenza.
Gli altri membri del gruppo si uniscono a Carlo in questa critica a Francesco ed affermano di esserci rimasti male per il suo comportamento in quell'occasione. A questo punto Francesco afferma con rabbia che se ne è andato come avevano fatto loro la volta prima, perché ha gli stessi diritti degli altri, aggiungendo che non gli importa niente se loro ci sono rimasti male. Il terapeuta, percependo che il clima del gruppo si sta facendo sempre più teso e pieno di aggressività, interviene stoppando il gioco ed invitando Francesco a fare contatto con quanto prova in quel momento.
Francesco afferma di provare rabbia, senso di impotenza e di solitudine.
Alla domanda del terapeuta se sa per quale ragione prova tutto ciò, risponde "Perché nessuno vuole stare con me".
Il terapeuta fa presente a Francesco che, da come sono andati i fatti, è lui che se ne è andato non volendo stare con gli altri e chiede agli altri partecipanti se gradiscono la compagnia di Francesco. I membri del gruppo rispondono unanimemente che apprezzano molto la compagnia di Francesco in quanto sa essere molto simpatico e pieno di humour.
Il terapeuta chiede a Francesco in quale altra situazione passata si sentiva così e pensava che nessuno volesse stare con lui.
Francesco risponde di avere provato le stesse sensazioni e di avere pensato le stesse cose nei confronti dei suoi genitori che gli rimproveravano in tutte le occasioni di essere cattivo e di rovinare loro la vita.
A questo punto Francesco ha raggiunto la consapevolezza che stava mettendo in atto con i membri dei gruppo il gioco "Prendetemi a calci, luridi figli di puttana" per poter confermare il suo ruolo di persona non gradita agli altri e "cattiva". Il fatto di avere potuto confrontarsi "qui e ora" con gli altri membri del gruppo ha reso più difficile per Francesco la ridefinizione della realtà per confermare le sue convinzioni copionali su di sé e sugli altri (io sono cattivo - nessuno vuole stare con me) e gli ha permesso di avere delle informazioni importanti su come gli altri hanno vissuto lo stesso episodio. Francesco, dopo questa seduta di gruppo, ha iniziato a rendersi conto della sua parte di responsabilità nelle difficoltà di relazione che ha con gli altri.

Bibliografia

  1. Berne, E., A che gioco giochiamo. Milano: Bompiani, 1967.
  2. Berne, E. Analisi Transazionale e Psicoterapia. Roma: Astrolabio,1971.
  3. Berne, E. , Principi di terapia di gruppo, Astrolabio, Roma, 1986.
  4. Moiso, C., e Novellino, M. Stati dell'Io, Roma: Astrolabio, 1982.

Notizie sull'autore:
Paolo Pernigotti,
Psicologo, Psicoterapeuta, Analista Transazionale Didatta in Supervisione Campo Clinico, PTSTA Eata.
Vive e lavora a Genova, per informazioni e richieste tel. 010 6974711, paolo49@iol.it.

 

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