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Indice Cronologico
della Rivista Neopsiche
Indice di Neopsiche
N° 22
Nella psicoterapia individuale con il
metodo dell'AT è possibile analizzare i giochi psicologici
messi in atto dal paziente tramite l'analisi delle situazioni
ripetitive vissute dal paziente in casa, al lavoro o in
società e riportate dallo stesso in sede terapeutica nel
momento in cui inizierà a rendersene conto oppure nel caso in
cui il paziente metta in atto dei giochi nella relazione con il
terapeuta.
Nella situazione di gruppo, invece, il gruppo stesso rappresenta un
ottimo scenario per la messa in atto di giochi da parte dei
partecipanti e permette al terapeuta l'osservazione diretta dei
giochi dei pazienti.
All'interno dei gruppo, infatti, ogni partecipante mette in atto le
proprie modalità di strutturazione dei tempo e tende a
confermare anche in questa situazione le convinzioni su di sé
e sugli altri che stanno alla base del suo copione, riconfermando e
portando avanti ancora una volta le proprie decisioni copionali e
ribadendo la propria posizione esistenziale prevalente.
La situazione terapeutica, in quanto portatrice di un possibile
cambiamento, è percepita come minacciosa da parte del B del
paziente in maniera tanto maggiore quanto più le decisioni di
copione sono limitanti nella vita dello stesso. In tali situazioni,
infatti, il cambiamento rappresenta uno scossone alla situazione
omeostatica raggiunta dalla persona all'interno dei copione.
Nella mia esperienza in qualità di terapeuta ho verificato
spessissimo come il paziente che percepisce il cambiamento come ormai
vicino e possibile é nello stesso tempo attratto e spaventato
da ciò che é nuovo e sconosciuto per lui. Questa
ambivalenza rispetto alla possibilità di cambiamento ad
esempio si é manifestata nei sogni di una mia paziente che,
nel periodo in cui percepiva come possibile per lei l'uscita dalle
decisioni di copione più limitanti rispetto alla propria vita,
ha sognato più volte di trovarsi di fronte ad un incrocio, da
cui si dipartivano strade differenti come tracciato e come fondo
(qualcuna asfaltata e larga, altre bianche, strette e piene di rovi)
e di cui non si conosceva la meta; di fronte a questa
pluralità di possibilità ella si bloccava e non sapeva
quale scegliere.
D'altronde il cambiamento richiede la rottura dell'equilibrio
omeostatico raggiunto tramite le decisioni infantili e la messa in
atto dei copione e la mobilitazione e la rimessa in moto dell'energia
da utilizzare per ritrovare un nuovo equilibrio più
vantaggioso per la persona. La persona che decide di intraprendere
una terapia é pertanto all'interno di un conflitto tra il
desiderio e la volontà di cambiamento e le resistenze allo
stesso dovute alla difficoltà di lasciare una situazione, che,
per quanto sia limitante, é strutturata, nota e priva di
sorprese.
La funzione dei terapeuta, a mio parere, é proprio quella di
agire da catalizzatore in quella reazione, che avviene all'interno
della psiche dei paziente, di riattivazione dell'energia bloccata nel
copione e nella sua rimessa in moto alla ricerca di un nuovo
equilibrio più soddisfacente per lui.
L'esperienza terapeutica, pertanto, può rappresentare per la
persona una reale possibilità di cambiamento (nel caso di
successo della terapia) o una ulteriore occasione di riconferma delle
opinioni e decisioni copionali, nel caso di insuccesso della
terapia.
Nel caso di messa in atto di giochi all'interno del gruppo l'azione
del terapeuta appare particolarmente importante e delicata.
La persona che entra in terapia, trovandosi in un gruppo,
metterà in atto le modalità relazionali che usa
abitualmente nei rapporti con gli altri e che corrispondono a
situazioni di gioco psicologico tanto più frequentemente
quanto più le decisioni di copione sono limitanti per lei. Se
gli altri membri dei gruppo hanno già una sufficiente
conoscenza dei giochi che fanno e hanno raggiunto un buon controllo
sul proprio comportamento, la persona appena entrata in terapia e che
inizia a giocare può "lanciare dei ganci" che non trovano
anelli, grazie alle consapevolezze degli altri pazienti e pertanto il
gioco non può essere giocato. Questo fatto può lasciare
il neofita del gruppo un pò disorientato e smarrito, in quanto
verrà posto di fronte ad una situazione nuova per lui, in cui
gli altri non reagiscono come egli si aspetterebbe che reagissero;
solitamente egli ritenterà il gioco più volte e se
continuerà a non riuscire a coinvolgere gli altri,
probabilmente starà zitto per un certo tempo per osservare
come si comportano gli altri, e si sentirà un pò
angosciato a causa dei fallimento dei suoi soliti modi
comunicativi.
In questo caso la persona é costretta da subito a riflettere
sul fatto che qualcosa non funziona nel suo modo di comunicare con
gli altri, e, se resiste alla frustrazione del fallimento del
tentativo di giocare e prosegue la terapia, ha già fatto un
passo avanti rispetto alla possibilità di cambiamento.
L'intervento del terapeuta in questo caso è agevolato dal
comportamento dei componenti del gruppo che non cadono nel tranello
del gancio del neo-paziente giocatore e si limiterà a
proteggere lo stesso dall'angoscia scatenata dal fallimento delle sue
solite modalità relazionali, rassicurandolo sul fatto che
può prendersi del tempo per osservare come procede il lavoro
nel gruppo ed invitandolo a partecipare attivamente allo stesso nel
momento in cui si sentirà pronto.
Nel caso in cui i componenti del gruppo non abbiano ancora raggiunto
la conoscenza e soprattutto il controllo sui giochi che mettono in
atto, la situazione in cui un paziente inizia un gioco può
evolvere in maniera del tutto differente.
Egli infatti può lanciare un gancio che si innesterà
nell'anello di un altro partecipante e questo darà inizio ad
un gioco più o meno pesante.
In questo caso é molto importante l'intervento che
metterà in atto il terapeuta.
Egli, infatti, in tale situazione si trova di fronte a varie
possibilità di scelta su cosa fare.
Prioritariamente é indispensabile che il terapeuta mantenga il
controllo della situazione, essendo consapevole intanto del gioco che
si sta giocando e soprattutto di cosa può succedere se il
gioco arriverà al tornaconto per i giocatori.
Solo allora il terapeuta avrà gli elementi per decidere che
cosa é utile fare in questo frangente. E' evidente che il
terapeuta, nel caso di gioco in corso, deve valutare cosa sta
succedendo e decidere che intervento mettere in atto in un tempo
brevissimo per non lasciarsi sfuggire di mano la situazione e perdere
potenza. Pertanto, a mio parere, questo tipo di situazione che si
sviluppa all'interno del gruppo mette particolarmente alla prova il
terapeuta che é costretto a fare ricorso a tutta la sua
esperienza e a tutta la sua abilità.
Fa parte, infatti, dell'arte terapeutica valutare cosa fare con quel
paziente in quel momento e pertanto scegliere tra i tanti possibili
l'intervento appropriato in quella situazione.
Riflettendo sulla mia esperienza in merito a situazioni di gioco
all'interno del gruppo di terapia ho identificato alcuni aspetti
dell'intervento terapeutico che ritengo prioritari e che
esporrò brevemente.
Quando inizia un gioco all'interno del gruppo è indispensabile
che il terapeuta sia particolarmente potente, il che in questo caso
significa che non si lasci sfuggire la situazione di mano, ma che
decida con estremo tempismo cosa fare, se lasciare andare avanti il
gioco o interromperlo. Personalmente lascio andare avanti il gioco
fino al tornaconto finale, quando mi rendo conto che il gioco non
é distruttivo ed è utile lavorare con il paziente sul
tornaconto del gioco stesso (ad es. nel caso del gioco "Perché
non..: sì, ma"), mentre interrompo con energia il gioco quando
é distruttivo sia per il paziente sia per gli altri membri del
gruppo (ad es. nel caso del gioco "Prendetemi a calci, luridi figli
di puttana"). In questo caso, infatti, arrivare al tornaconto del
gioco per tutti i giocatori coinvolti può portare a
distruggere la possibilità di una relazione costruttiva tra i
membri del gruppo e fare allontanare chi ha iniziato il gioco;
ritengo prioritario salvaguardare la possibilità per il
paziente di partecipare al gruppo e il clima del gruppo stesso, che
deve essere sufficientemente accogliente e protettivo perché i
partecipanti si possano aprire e manifestare agli altri. Un modo che
uso per interrompere questo tipo di giochi é dire con tutta la
mia energia "STOP!" e poi invitare il gruppo a pensare a cosa sta
succedendo.
Questo intervento toglie la parola ai giocatori che si stavano
scaldando sempre più e porta i membri del gruppo ad attivare
il loro Adulto abbassando la tensione emotiva di tutti.
E'importante ed utile riuscire in queste situazioni a recuperare
serenità, anche tramite una battuta spiritosa. Spesso questo
tipo di intervento apre la porta a successivi lavori con il paziente
che ha iniziato il gioco sia sulla consapevolezza della sua
responsabilità in quello che stava succedendo nel gruppo sia
su come ha imparato a comportarsi così e su quali sono i
vantaggi per lui di questo modo di rapportarsi agli altri. Si apre
così la possibilità di un cambiamento che nasce dalla
consapevolezza di ciò che avviene nel qui e ora e permette
successivamente di rendere consapevole il paziente su ciò che
è avvenuto là e allora. Interrompere il gioco,
soprattutto se distruttivo, senza farlo arrivare al tornaconto finale
è utile, inoltre, perché il paziente non utilizzi
ancora una volta una situazione attuale per confermare le sue
convinzioni copionali e la sua posizione esistenziale di base. Il
fatto che il gioco si svolga nel "qui e ora" e all'interno del gruppo
rende più difficile per chi inizia il gioco la ridefinizione
della realtà, in quanto è possibile per tutti i
presenti esprimere quello che sentono, quello che pensano e le
motivazioni del proprio comportamento, perlomeno quelle di cui sono
coscienti, in quella situazione. Ritengo pertanto che questa
possibilità di confrontare subito la propria percezione ed
interpretazione della realtà con quella degli altri
partecipanti sia un ulteriore importante vantaggio che deriva dalla
terapia di gruppo ed un grosso stimolo per uscire da quello
schematismo e da quella ripetitività che caratterizzano
comportamenti , opinioni su di sé e sugli altri e
modalità di pensiero all'interno del copione.
Due esempi di gioco nel
gruppo terapeutico
Giovanni non fa progressi in terapia e continua ad essere sospettoso
e diffidente nei confronti del terapeuta e dei membri dei gruppo.
Quando egli espone un suo problema chiedendo l'aiuto del gruppo
rispetto alla sua possibile soluzione, respinge sistematicamente i
suggerimenti degli altri pazienti ripetendo costantemente "Si,
maŠ".
Giovanni, al termine del suo lavoro e giunto quindi al tornaconto del
gioco, esprime la sua delusione sul fatto che né il gruppo
né il terapeuta sono in grado di aiutarlo nella soluzione dei
suoi problemi.
Il terapeuta, notando l'espressione soddisfatta e quasi di trionfo di
Giovanni mentre esprime la sua delusione e la sua rabbia nei
confronti del gruppo e del terapeuta, lo invita a fare contatto con
ciò che prova mentre dice quelle cose.
Egli diventa allora cosciente della sua soddisfazione nel dimostrare
agli altri che il loro aiuto è inutile.
Invitato a pensare se prova gli stessi sentimenti verso qualcun
altro, Giovanni afferma di provare gli stessi sentimenti verso i suoi
genitori, in casa dei quali vive ancora, nonostante abbia passato da
molto la trentina.
Giovanni, divenuto consapevole di avere messo in atto all'interno del
gruppo terapeutico il gioco "Perché non ... Sì, ma"
prende coscienza di come per lui è ancora molto gratificante
opporsi alle figure genitoriali (il terapeuta, i membri del gruppo
che hanno fatto più passi avanti di lui in terapia, i suoi
genitori) piuttosto che utilizzare l'aiuto che il terapeuta e gli
altri partecipanti al gruppo gli possono dare nella comprensione di
sé e nella soluzione dei suoi problemi...
Francesco, al termine della seduta di gruppo, propone agli altri
partecipanti di andare a mangiare una pizza tutti insieme. Barbara,
Giovanni, Letizia e Carlo non accettano l'invito poiché hanno
già preso degli impegni precedenti per la serata, ma
propongono a Francesco di organizzare l'uscita in pizzeria per la
settimana dopo. Francesco accetta.
Trascorsi 15 giorni, durante la seduta di gruppo Carlo chiede a
Francesco perché la settimana prima, al termine della seduta,
se ne è andato quasi sgattaiolando via, farfugliando che aveva
un impegno improvviso e pertanto venendo meno all'accordo preso in
precedenza.
Gli altri membri del gruppo si uniscono a Carlo in questa critica a
Francesco ed affermano di esserci rimasti male per il suo
comportamento in quell'occasione. A questo punto Francesco afferma
con rabbia che se ne è andato come avevano fatto loro la volta
prima, perché ha gli stessi diritti degli altri, aggiungendo
che non gli importa niente se loro ci sono rimasti male. Il
terapeuta, percependo che il clima del gruppo si sta facendo sempre
più teso e pieno di aggressività, interviene stoppando
il gioco ed invitando Francesco a fare contatto con quanto prova in
quel momento.
Francesco afferma di provare rabbia, senso di impotenza e di
solitudine.
Alla domanda del terapeuta se sa per quale ragione prova tutto
ciò, risponde "Perché nessuno vuole stare con me".
Il terapeuta fa presente a Francesco che, da come sono andati i
fatti, è lui che se ne è andato non volendo stare con
gli altri e chiede agli altri partecipanti se gradiscono la compagnia
di Francesco. I membri del gruppo rispondono unanimemente che
apprezzano molto la compagnia di Francesco in quanto sa essere molto
simpatico e pieno di humour.
Il terapeuta chiede a Francesco in quale altra situazione passata si
sentiva così e pensava che nessuno volesse stare con lui.
Francesco risponde di avere provato le stesse sensazioni e di avere
pensato le stesse cose nei confronti dei suoi genitori che gli
rimproveravano in tutte le occasioni di essere cattivo e di rovinare
loro la vita.
A questo punto Francesco ha raggiunto la consapevolezza che stava
mettendo in atto con i membri dei gruppo il gioco "Prendetemi a
calci, luridi figli di puttana" per poter confermare il suo ruolo di
persona non gradita agli altri e "cattiva". Il fatto di avere potuto
confrontarsi "qui e ora" con gli altri membri del gruppo ha reso
più difficile per Francesco la ridefinizione della
realtà per confermare le sue convinzioni copionali su di
sé e sugli altri (io sono cattivo - nessuno vuole stare con
me) e gli ha permesso di avere delle informazioni importanti su come
gli altri hanno vissuto lo stesso episodio. Francesco, dopo questa
seduta di gruppo, ha iniziato a rendersi conto della sua parte di
responsabilità nelle difficoltà di relazione che ha con
gli altri.
Bibliografia
Notizie
sull'autore:
Paolo
Pernigotti,
Psicologo,
Psicoterapeuta, Analista Transazionale Didatta in Supervisione Campo
Clinico, PTSTA Eata.
Vive e lavora a Genova, per informazioni e richieste tel. 010
6974711, paolo49@iol.it.
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