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Indice Cronologico della Rivista Neopsiche
Indice di Neopsiche N° 22

La teoria del gioco in A.T.
Diego Micari

L'A.T. è un modello teorico efficace nella descrizione dei comportamenti umani.
Più di ogni altra teoria fornisce quadri precisi ed efficaci organizzati in sequenze.
Uno di questi è l'analisi del gioco psicologico dove l'aggettivo chiarisce che si tratta della strategia di un individuo tendente a realizzare obiettivi nascosti, i quali necessitano di un tempo di gestazione e di almeno un partner altrettanto interessato e coinvolto.
Fra l'altro, il libro di Berne "A che gioco giochiamo" è stato il primo testo tradotto e divulgato in Italia negli anni '70 in cui si dà un titolo al gioco stesso e ne viene indicata la categoria ed il grado.
Inoltre viene evidenziata la struttura tipica del gioco con i gradi di necessità e pericolosità.
In verità il testo manca della chiave di lettura, fornita in seguito dallo scambio dei ruoli, elemento cruciale che conduce al tornaconto finale del gioco.
Quest'ultimo, a sua volta, rinforza le esperienze drammatiche del copione.
In altri termini, il gioco psicologico rappresenta il versante comportamentale di una realtà psicologica sommersa con caratteristiche coattive.
Tutto ciò è molto chiaro nelle modalità con cui si manifesta, si evolve e si conclude, ma, nello stesso tempo, tanta chiarezza teorica e descrittiva ne limita l'applicabilità analitica. Infatti, allorché l'analista, mediante l'uso della lavagna, svela il gioco psicologico o il ricatto con una qualsiasi delle cinque modalità illustrate da Berne, ottiene l'attenzione del cliente, ma nel contempo blocca nel medesimo il libero flusso delle associazioni per chiusure adattative del tipo:

a. Ho giocato, sono colpevole.
b. Non gioco più.
c. Dimmi cosa devo fare, o non fare, pensare, sentire per piacerti ....!
d. Diventerò un analista transazionale.
e. Dammi carta e penna per avere questa efficace spiegazione.

Tuttavia, nel lavoro analitico, l'illustrazione del gioco segue o precede il lavoro di ricerca esplicativa: "perché giochi? ". E qui le cose si complicano o si bloccano, in quanto il cliente non risponde al perché egli gioca o ricatta e non può farlo. Questo vuoto inevitabile è riempito da una serie di racconti, a volte originali, riportati dal cliente o dai supporti letterari del tipo:

a. Il gioco risponde ad un bisogno di carezze.
b. Si verifica quando si incontrano due ricatti simili.
c. Il gioco porta a un tornaconto che andrà a rinforzare il copione.
d. Fa emergere i ruoli psicologici di vittima e persecutore, ecc.
In definitiva spiegazioni, illustrazioni di questa natura trovano utilità d'impiego in settori sociali di pronto intervento.
Da questo punto, per chiarire il mio personale convincimento sulla pericolosità degli interventi sui contenuti del gioco nell'ambito del lavoro analitico, esporrò alcune delle mie riflessioni.

Il gioco come racconto

L'essere umano comunica a due livelli: con se stesso, all'interno, e con gli altri, all'esterno. Con la prima forma di comunicazione egli attiva pensieri, fantasie, sogni che sono elementi essenziali (cibo nel linguaggio berniano) per la salute mentale. Con la comunicazione esterna verifica e seleziona tutto quello che può essere scambiato. Tuttavia, per l'individuo, la realtà esterna prende forma attraverso stimoli che arrivano dalle esperienze immagazzinate nel passato (archeopsiche), nel presente (neopsiche) e ciò che come bisogno o aspettativa è proiettato nel futuro. Dunque il risultato della percezione è quanto meno un sistema di assemblaggio complesso. Inoltre, i pensieri, le fantasie investite di elevata intensità emotiva necessitano di una messa in codice (difesa), processo creativo della mente che maschera la parte di contenuto ritenuto scomodo. Così, nella pratica dello scambio, i messaggi sottoposti ad elaborazione diventano multipli per via di deliberati occultamenti o mascheramenti. Nel comunicare, il soggetto usa messaggi impliciti al posto di quelli diretti; oppure complementari: "Una menzogna messa in codice". Si accusa qualcuno di un'azione propria.
A questo livello la codificazione è intenzionale e si differenzia da altre forme di codificazioni automatiche e inconsce con le quali l'individuo fronteggia messaggi pericolosi (doppio livello nella comunicazione). Questi ultimi emergono tuttavia sotto forma di materiale onirico o manifestazioni di disagio o violazioni del setting o sintomatologia. Proprio queste ultime forme di codificazione raccontano qualche cosa che sta avvenendo nella relazione terapeutica e non hanno nulla a che vedere con il contenuto manifesto.
Certo è possibile, se si fa chiarezza su ciò che sta succedendo, aiutare il cliente a decodificare il suo materiale. Per chiarezza intendo l'analisi della difesa, affinché emerga il conflitto che è in atto nella persona e nella relazione terapeutica. Ci sono precisi segnali che riguardano il conflitto in atto, per esempio racconti del tipo: " Sono incazzato perché vorrei star bene ma non ci riesco" oppure "Vorrei lasciare quella persona, ma non ci riesco ". In altri termini, i racconti che i clienti fanno al terapista di situazioni bloccate dove sembra che non ci siano soluzioni alternative o vie d'uscita. Immaginiamo il terapista che dà soluzioni, quale grado di passività induce nel cliente, quale competizione si troverà a fronteggiare come gioco psicologico. Dunque, il riconoscimento, l'accettazione e il superamento del conflitto sono le condizioni perché si crei un'alleanza terapeutica e perché avvenga una crescita di consapevolezza.
Quest'ultima si modella sul come si è allineata la relazione, quali atteggiamenti e interventi nel processo hanno permesso il superamento delle polarizzazioni all'interno e all'esterno della relazione.
Dunque l'oggetto della comunicazione non può essere che cosa si dice ma perché lo dice e a chi lo dice. In altri termini, quale agito del terapista ha dato luogo a forme di codificazione automatiche e inconsce nel cliente.
A me pare che Berne, volendo tradurre tutto questo sul versante comportamentale per un uso pragmatico, accessibile alle illustrazioni e alla diffusione, abbia bloccato la ricerca sull'ovvio e posto le basi per una deresponsabilizzazione del terapista nella relazione con il cliente e rispetto all'uso del transfert e controtransfert.

La pratica

L'analista accetta i racconti del cliente e si astiene dalle sovrapposizioni, dall'inclusione di materiale proveniente dalle proprie associazioni, dalle spiegazioni e interpretazioni. Persino il silenzio può essere accettato come racconto. Si invita il cliente a individuare i primi temi presenti nei racconti e a procedere con ulteriori racconti costruiti attorno a un particolare inusuale che stimola la curiosità. I racconti successivi spaziano su tutto l'arco percettivo della persona: passato, presente e futuro e ciò che è oggetto di riflessione è dato dai temi ulteriori , specie quelli che si ripetono. I primi racconti che hanno una codificazione conscia riguardano avvenimenti esterni e un agito di superficie. Ma, via via che i racconti procedono e si allontanano dalla matrice originaria proposta, emergeranno tematiche provenienti da una codificazione inconscia riconoscibili dalla colorazione emozionale e dai nessi con la relazione analitica. Là dove il procedimento è corretto, sarà il cliente stesso ad individuare lo stimolo che ha innescato il processo e ad accettare la spiegazione del terapista per la parte che riguarda il conflitto in atto.
Questa modalità di lavoro, la cui metodologia trae origine da quello che si chiama processo creativo di analisi, può ridare, secondo il mio personale convincimento, valore ala teoria del gioco psicologico di Berne ed aiutare l'analista nel proprio lavoro di crescita personale.


Bibliografia

  1. Berne, E. (1961). Analisi Transazionale e psicoterapia. Roma: Astrolabio.
  2. Berne, E. (1964). A che gioco giochiamo. Milano: Bompiani.
  3. Berne, E. (1970). Fare l'amore. Milano: Bompiani.
  4. Berne, E. (1972). Ciao!... e poi?. Milano: Bompiani.
  5. Freud, A. (1978). L'Io e i meccanismi di difesa. Torino: Boringheri.
  6. Vincent,C. Augmentez vos Pouvoirs par l'Analyse Transactionnelle. Parigi: Le Editions d'Organisation.

Notizie sull'autore:
Diego Micari,
Psicologo, Psicoterapeuta, Analista Transazionale Didatta in Supervisione Campo Clinico, PTSTA Eata.
Vive e lavora a Torino, per informazioni e richieste tel. 011 8125615.

 

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