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Indice Cronologico
della Rivista Neopsiche
Indice di Neopsiche
N° 22
L'A.T. è un modello teorico
efficace nella descrizione dei comportamenti umani.
Più di ogni altra teoria fornisce quadri precisi ed efficaci
organizzati in sequenze.
Uno di questi è l'analisi del gioco psicologico dove
l'aggettivo chiarisce che si tratta della strategia di un individuo
tendente a realizzare obiettivi nascosti, i quali necessitano di un
tempo di gestazione e di almeno un partner altrettanto interessato e
coinvolto.
Fra l'altro, il libro di Berne "A che gioco giochiamo" è stato
il primo testo tradotto e divulgato in Italia negli anni '70 in cui
si dà un titolo al gioco stesso e ne viene indicata la
categoria ed il grado.
Inoltre viene evidenziata la struttura tipica del gioco con i gradi
di necessità e pericolosità.
In verità il testo manca della chiave di lettura, fornita in
seguito dallo scambio dei ruoli, elemento cruciale che conduce al
tornaconto finale del gioco.
Quest'ultimo, a sua volta, rinforza le esperienze drammatiche del
copione.
In altri termini, il gioco psicologico rappresenta il versante
comportamentale di una realtà psicologica sommersa con
caratteristiche coattive.
Tutto ciò è molto
chiaro nelle modalità con cui si manifesta, si evolve e si
conclude, ma, nello stesso tempo, tanta chiarezza teorica e
descrittiva ne limita l'applicabilità analitica. Infatti,
allorché l'analista, mediante l'uso della lavagna, svela il
gioco psicologico o il ricatto con una qualsiasi delle cinque
modalità illustrate da Berne, ottiene l'attenzione del
cliente, ma nel contempo blocca nel medesimo il libero flusso delle
associazioni per chiusure adattative del tipo:
a.
Ho giocato, sono colpevole.
b.
Non gioco più.
c.
Dimmi cosa devo fare, o non fare, pensare, sentire per piacerti
....!
d.
Diventerò un analista transazionale.
e.
Dammi carta e penna per avere questa efficace spiegazione.
Tuttavia, nel lavoro analitico, l'illustrazione del gioco segue o
precede il lavoro di ricerca esplicativa: "perché giochi? ". E
qui le cose si complicano o si bloccano, in quanto il cliente non
risponde al perché egli gioca o ricatta e non può
farlo. Questo vuoto inevitabile è riempito da una serie di
racconti, a volte originali, riportati dal cliente o dai supporti
letterari del tipo:
a.
Il gioco risponde ad un bisogno di carezze.
b. Si verifica quando si incontrano due ricatti
simili.
c. Il gioco porta a un tornaconto che andrà a
rinforzare il copione.
d.
Fa emergere i ruoli psicologici di vittima e persecutore, ecc.
In definitiva spiegazioni, illustrazioni di questa natura trovano
utilità d'impiego in settori sociali di pronto intervento.
Da questo punto, per chiarire il mio personale convincimento sulla
pericolosità degli interventi sui contenuti del gioco
nell'ambito del lavoro analitico, esporrò alcune delle mie
riflessioni.
Il gioco come racconto
L'essere umano comunica a due
livelli: con se stesso, all'interno, e con gli altri, all'esterno.
Con la prima forma di comunicazione egli attiva pensieri, fantasie,
sogni che sono elementi essenziali (cibo nel linguaggio berniano) per
la salute mentale. Con la comunicazione esterna verifica e seleziona
tutto quello che può essere scambiato. Tuttavia, per
l'individuo, la realtà esterna prende forma attraverso stimoli
che arrivano dalle esperienze immagazzinate nel passato
(archeopsiche), nel presente (neopsiche) e ciò che come
bisogno o aspettativa è proiettato nel futuro. Dunque il
risultato della percezione è quanto meno un sistema di
assemblaggio complesso. Inoltre, i pensieri, le fantasie investite di
elevata intensità emotiva necessitano di una messa in codice
(difesa), processo creativo della mente che maschera la parte di
contenuto ritenuto scomodo. Così, nella pratica dello scambio,
i messaggi sottoposti ad elaborazione diventano multipli per via di
deliberati occultamenti o mascheramenti. Nel comunicare, il soggetto
usa messaggi impliciti al posto di quelli diretti; oppure
complementari: "Una menzogna messa in codice". Si accusa qualcuno di
un'azione propria.
A questo livello la codificazione è intenzionale e si
differenzia da altre forme di codificazioni automatiche e inconsce
con le quali l'individuo fronteggia messaggi pericolosi (doppio
livello nella comunicazione). Questi ultimi emergono tuttavia sotto
forma di materiale onirico o manifestazioni di disagio o violazioni
del setting o sintomatologia. Proprio queste ultime forme di
codificazione raccontano qualche cosa che sta avvenendo nella
relazione terapeutica e non hanno nulla a che vedere con il contenuto
manifesto.
Certo è possibile, se si fa chiarezza su ciò che sta
succedendo, aiutare il cliente a decodificare il suo materiale. Per
chiarezza intendo l'analisi della difesa, affinché emerga il
conflitto che è in atto nella persona e nella relazione
terapeutica. Ci sono precisi segnali che riguardano il conflitto in
atto, per esempio racconti del tipo: " Sono incazzato perché
vorrei star bene ma non ci riesco" oppure "Vorrei lasciare quella
persona, ma non ci riesco ". In altri termini, i racconti che i
clienti fanno al terapista di situazioni bloccate dove sembra che non
ci siano soluzioni alternative o vie d'uscita. Immaginiamo il
terapista che dà soluzioni, quale grado di passività
induce nel cliente, quale competizione si troverà a
fronteggiare come gioco psicologico. Dunque, il riconoscimento,
l'accettazione e il superamento del conflitto sono le condizioni
perché si crei un'alleanza terapeutica e perché avvenga
una crescita di consapevolezza.
Quest'ultima si modella sul come si è allineata la relazione,
quali atteggiamenti e interventi nel processo hanno permesso il
superamento delle polarizzazioni all'interno e all'esterno della
relazione.
Dunque l'oggetto della comunicazione non può essere che cosa
si dice ma perché lo dice e a chi lo dice. In altri termini,
quale agito del terapista ha dato luogo a forme di codificazione
automatiche e inconsce nel cliente.
A me pare che Berne, volendo tradurre tutto questo sul versante
comportamentale per un uso pragmatico, accessibile alle illustrazioni
e alla diffusione, abbia bloccato la ricerca sull'ovvio e posto le
basi per una deresponsabilizzazione del terapista nella relazione con
il cliente e rispetto all'uso del transfert e controtransfert.
La pratica
L'analista accetta i racconti del
cliente e si astiene dalle sovrapposizioni, dall'inclusione di
materiale proveniente dalle proprie associazioni, dalle spiegazioni e
interpretazioni. Persino il silenzio può essere accettato come
racconto. Si invita il cliente a individuare i primi temi presenti
nei racconti e a procedere con ulteriori racconti costruiti attorno a
un particolare inusuale che stimola la curiosità. I racconti
successivi spaziano su tutto l'arco percettivo della persona:
passato, presente e futuro e ciò che è oggetto di
riflessione è dato dai temi ulteriori , specie quelli che si
ripetono. I primi racconti che hanno una codificazione conscia
riguardano avvenimenti esterni e un agito di superficie. Ma, via via
che i racconti procedono e si allontanano dalla matrice originaria
proposta, emergeranno tematiche provenienti da una codificazione
inconscia riconoscibili dalla colorazione emozionale e dai nessi con
la relazione analitica. Là dove il procedimento è
corretto, sarà il cliente stesso ad individuare lo stimolo che
ha innescato il processo e ad accettare la spiegazione del terapista
per la parte che riguarda il conflitto in atto.
Questa modalità di lavoro, la cui metodologia trae origine da
quello che si chiama processo creativo di analisi, può ridare,
secondo il mio personale convincimento, valore ala teoria del gioco
psicologico di Berne ed aiutare l'analista nel proprio lavoro di
crescita personale.
Bibliografia
Notizie
sull'autore:
Diego
Micari,
Psicologo,
Psicoterapeuta, Analista Transazionale Didatta in Supervisione Campo
Clinico, PTSTA Eata.
Vive e lavora a Torino, per informazioni e richieste tel. 011
8125615.
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