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Sommario
Indice Cronologico
della Rivista Neopsiche
Indice di Neopsiche
N° 22
"La verità è ciò
che a ognuno occorre per vivere ma non si può ricevere
né acquistare per nessuno. Ogni uomo deve produrla
continuamente dal proprio intimo, altrimenti perisce.E' impossibile
vivere senza verità. Può darsi che la verità sia
la vita stessa." (Citazione)
Nel settimo libro della Repubblica,
Platone, a proposito del mito della caverna, contrappone il sapere
che nasce dallo sguardo rivolto alle idee a quello consentito allo
sguardo rivolto alle ombre,
Del primo è capace l'anima alla cui contemplazione può
accedere quando si è liberata dalle catene, la conoscenza
delle idee equivale infatti ad un logos di cui
è capace la psyche quando ha
raggiunto la pienezza della sua vita, quando si è liberata dai
lacci dei propri conflitti.
Il gioco si colloca al crocevia di due opposte tensioni: la pienezza
realizzante di sé e la contemplazione della sua illusoria
affermazione.
E' uno spazio diviso ma non condiviso tra episteme e
doxa, tra il partire da sé nella pienezza della
propria anima e il perdersi nella mutevolezza ingannevole delle
opinioni degli uomini. Il gioco è l'illusione relativa al
volersi pensare demiurgo di una realtà che non si possiede, ma
il rapporto con la quale è condizionato dalle proprie
ombre.
Le fasi del gioco hanno stabilità, consistenza,
prevedibilità entro le regole che governano il gioco medesimo,
e che il paziente vive come immodificabili e assolute ma la cui
autosussistenza consiste nella sintassi di quel sapere che sta
costruendo.
La contingenza apre la porta alla modificabílità; la
necessità si concentra nel fatto che devono esserci regole per
produrre significato. Quali le regole del gioco psicologico?
Quelle previste e contenute nella definizione del gioco?
Oppure quelle che sovrintendono al gioco delle maschere?
Vige la regola del tempo ciclico privo del tèlos
collegato a uno scopo (seppure come tale sembra essere il
perché causale) ma connessa a una fine (quella del tempo
ciclico ovvero compiere il proprio giro).
Il ciclo della recita è compiuto nella forma del destino, che
solo alla fine si rivela nella sua completezza.
Non c'è finalità, non compimento, è l'eterno
ritorno all'uguale.
Ribadire il ciclo equivale ad allontanarsi da sé, nel
confermare la recita di parti separate di sé. Ma la
regolarità che lo percorre è in antitesi con
l'aspettativa che lo scuote.
Nel tempo ciclico non c'è futuro che non sia la semplice
ripresa del passato che il gioco ribadisce. La figura che emerge dal
tempo ciclico è la memoria; il tempo progettuale è il
qui e ora e il domani, è il tempo dello scopo, equivale al
tempo della coscienza, dell'integrità e dell'unità
dell'Io.
Il gioco è una scrittura che si poggia su ciò che
sembra, sulle opinioni altrui e quindi, scivolando inesorabilmente
nella mutevolezza della doxa ovvero nell'opinione che gli uomini si
fanno, osservando l'imitazione dei Principe attraverso la Maschera
proposta, cede ad altri il controllo della propria ombra. Questo
significa che, nel momento in cui attraverso il gioco l'individuo
tenta il controllo della propria ombra tramite l'offerta ad altri di
una maschera simulacro, cede ad altri il controllo delle sorti della
propria identità psicologica.
La realtà del simulacro consiste dunque nel tentativo di
dissimulare l'ombra attraverso la costruzione sociale di parvenze
ingannevoli.
Individuiamo i primi tre movimenti della recita nelle seguenti
fasi:
Procedendo nell'analisi del gioco localizziamo tre successive fasi o movimenti:
Inoltre possiamo osservare quale settimo
simbolico movimento o fase che il deperimento dell'identità
egologica a favore dell'identità funzionale determina il
funzionamento di un ordine la cui verità equivale ad un
sistema di regole, quelle cui corrispondere al fine di mantenere una
posizione di ok condizionata: è l'illusione della recita e
fondazione di un sapere strumentale-procedurale la cui coerenza
è resa scientifica. Diventiamo le regole che ci normalizzano e
la nostra identità è il codice che prevede la
normalità funzionale a detrimento della distinzione creativa.
Lo sguardo degli altri finisce per costituire l'orizzonte da cui
trarre le parole con cui descriversi.
Infine quale ottavo movimento o fase sottolineamo come attraverso la
recita l'Io e la sua ragione abbiano dispiegato un loro ordine che
riflette le intenzioni dell'Io sociale: l'Io sociale si specchia in
una rappresentazione che rispecchia le sue intenzioni; le regole che
ha contribuito a determinare diventano la trappola di cui l'Io
sociale si costituisce mera appendice, soggetto spettatore delle
procedure che definiscono i significati e li attribuiscono.
Interrompere la recita equivale a ritrovare il versante umbratile
dissimulato dall'aspettativa ulteriore del teatro della metafora e
rimettere in circolazione il teatro delle immagini nel sogno nella
fantasia etc.
La maschera dissimula il volto caricaturalizzandolo nella stereotipia
della compulsività della recita, l'agonia della maschera
determinata dal fallimento del racket precipita nello scambio dei
ruoli che è concettualizzabile come l'effige della
fatalità: l'immobilità e la fissità di un
destino inamovibile.
Quando nella nostra spinta alla totalità smetteremo di
chiedere ad altri di completarci noi volgeremo la nostra attenzione e
le nostre energie verso quel bambino interiore, produttore di simboli
e di immagini creative integrandolo nella più vasta e profonda
esperienza di Sé.
Bibliografia
Notizie
sull'autore:
Alfredo
Marangon,
Psicologo,
Psicoterapeuta, Analista Transazionale Didatta in Supervisione Campo
Clinico, PTSTA Eata.
Vive e lavora a Genova, per informazioni e richieste tel. 010
2470263, alfrmara@tin.it.